Guspini: da lunedì 3 aprile i cacciatori potranno ritirare il foglio venatorio 2023/24

Redazione ___________________________ Da lunedì 3 aprile, tutti i possessori del tesserino regionale per l'esercizio della caccia in Sardegna, potranno ritirare il foglio venatorio per la stagione 2023-2024 nel Comando di Polizia Locale negli orari di apertura al pubblico: la mattina dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 10 e nei pomeriggi del martedì e giovedì, dalle 16.30 alle 17.30.   ...

Collinas-Forru, la forza di lavoro in agricoltura fino alla metà del secolo scorso: “Il bue da lavoro”

di Francesco Diana _______________________________________   Come descritto nel suo volume dal titolo “Sa Laurera”, Giulio Angioni riferisce che circa l’ottanta per cento della forza motrice animale impiegata in agricoltura era fornita dal “bue da lavoro”, presente nella maggior parte delle aziende operanti nella nostra zona e a Forru in particolare.. Perciò, restando in argomento, intendiamo descrivere di seguito, anche se in modo succinto, le caratteristiche salienti della citata forza di lavoro animale presente in zona, proveniente in larga parte dal Sarcidano e dal Gerrei e acquisita in occasione delle diverse sagre, fra le quali quelle di Isili, di Gonnosfanadiga, di Santa Croce a Oristano e di Abbasanta. La razza prescelta, per la sua rusticità in termini di resistenza alla fatica e di esigenze alimentari, era quella di “Razza sarda”(Brabarixina e Campidanese) o “Sardo-Modicana” di pezzatura leggermente superiore alla prima, con mantello “Scrosu” (rosso scuro, baio, con coda e collo nero) oppure “ghiàni” (completamente nero), “pettiatzu” (rosso scuro o castano con striature più scure), raramente “billàrarbu” (chiazzato in bianco e nero con zampe bianche), “facciarbu” (fronte bianca con mantello di vario colore), “steddàu” (macchia bianca in fronte), “brascinu” (con una macchia bianca nella schiena) o “piu dé mobenti” (grigio). Rispetto alla conformazione delle corna, caratteristica che incide sull’aggiogamento, la più apprezzata era quella “a corru attu” leggermente “a tanàlla”, rispetto a quella con “corru basciu”, “corru spattu”, “corru munziu” o “corru cabàu”. Nei citati allevamenti era consuetudine mantenere nel branco “sa cedda”, i torelli “malloreddus” fino ai due anni di età, per poi provvedere alla “castrazione”, se destinati alla doma, o mantenerli integri se destinati alla monta per la riproduzione ai quali, in attuazione di una norma in vigore dall’epoca fascista, era apposto un bottone di ottone all’orecchio destro quale segno identificativo: “su buttòni a s’orìga”. In alternativa al “bue da lavoro”, si usava spesso a ricorrere alla “vacca da lavoro” in funzione della possibile triplice attitudine: lavoro-carne-latte. Il vitello nato in azienda, qualora non destinato precocemente al macello, era svezzato al sesto mese adottando sistemi empirici, che gli anziani ricorderanno certamente, basati sulla reazione della fattrice a ogni tentativo di succhiare da parte del vitello. Al vitello, infatti, veniva applicata “sa tabedda”, un pezzo di tavola basculante applicato al setto nasale che impediva di raggiungere il capezzolo. In certi casi si preferiva ricorrere a “su murrabi”, una striscia di cuoio con tante punte metalliche che, montato sul muso del vitello, determinava la reazione vigorosa della mucca a ogni tentativo effettuato dal vitello, per il dolore procurato alla mammella dagli aculei. Altri ...

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