di Francesco Diana
Come descritto nel suo volume dal titolo “Sa Laurera”, Giulio Angioni riferisce che circa l’ottanta per cento della forza motrice animale impiegata in agricoltura era fornita dal “bue da lavoro”, presente nella maggior parte delle aziende operanti nella nostra zona e a Forru in particolare..
Perciò, restando in argomento, intendiamo descrivere di seguito, anche se in modo succinto, le caratteristiche salienti della citata forza di lavoro animale presente in zona, proveniente in larga parte dal Sarcidano e dal Gerrei e acquisita in occasione delle diverse sagre, fra le quali quelle di Isili, di Gonnosfanadiga, di Santa Croce a Oristano e di Abbasanta.
La razza prescelta, per la sua rusticità in termini di resistenza alla fatica e di esigenze alimentari, era quella di “Razza sarda”(Brabarixina e Campidanese) o “Sardo-Modicana” di pezzatura leggermente superiore alla prima, con mantello “Scrosu” (rosso scuro, baio, con coda e collo nero) oppure “ghiàni” (completamente nero), “pettiatzu” (rosso scuro o castano con striature più scure), raramente “billàrarbu” (chiazzato in bianco e nero con zampe bianche), “facciarbu” (fronte bianca con mantello di vario colore), “steddàu” (macchia bianca in fronte), “brascinu” (con una macchia bianca nella schiena) o “piu dé mobenti” (grigio).
Rispetto alla conformazione delle corna, caratteristica che incide sull’aggiogamento, la più apprezzata era quella “a corru attu” leggermente “a tanàlla”, rispetto a quella con “corru basciu”, “corru spattu”, “corru munziu” o “corru cabàu”.
Nei citati allevamenti era consuetudine mantenere nel branco “sa cedda”, i torelli “malloreddus” fino ai due anni di età, per poi provvedere alla “castrazione”, se destinati alla doma, o mantenerli integri se destinati alla monta per la riproduzione ai quali, in attuazione di una norma in vigore dall’epoca fascista, era apposto un bottone di ottone all’orecchio destro quale segno identificativo: “su buttòni a s’orìga”.
In alternativa al “bue da lavoro”, si usava spesso a ricorrere alla “vacca da lavoro” in funzione della possibile triplice attitudine: lavoro-carne-latte. Il vitello nato in azienda, qualora non destinato precocemente al macello, era svezzato al sesto mese adottando sistemi empirici, che gli anziani ricorderanno certamente, basati sulla reazione della fattrice a ogni tentativo di succhiare da parte del vitello. Al vitello, infatti, veniva applicata “sa tabedda”, un pezzo di tavola basculante applicato al setto nasale che impediva di raggiungere il capezzolo. In certi casi si preferiva ricorrere a “su murrabi”, una striscia di cuoio con tante punte metalliche che, montato sul muso del vitello, determinava la reazione vigorosa della mucca a ogni tentativo effettuato dal vitello, per il dolore procurato alla mammella dagli aculei. Altri sistemi meno cruenti adottati in funzione dello svezzamento, consistevano nel ricoprire i capezzoli della fattrice con pezzi di intestino di bue o con sterco di animale o addirittura ricoprendo gli stessi con stracci spalmati di catrame tiepido.
I torelli così allevati, all’età di un anno o di un anno e mezzo, venivano sottoposti al sistema della castrazione per renderli più mansueti “Masedus”, sistemi che riteniamo opportuno non descrivere poiché abbastanza cruenti.
Il successivo passaggio riguardava la fase di “doma”, preceduta dall’accarezzamento “sa frandigadura” per rendere la bestia più mansueta nei rapporti con l’uomo, specie dopo la fase cruenta di cui si è detto. Ricostituito in termini fiduciari reciproci il rapporto uomo-animale, si provvedeva ai primi tentativi di aggiogamento assegnando a ciascuno della coppia una posizione definitiva, anche per rendere fissa la posizione degli organi di comando costituita da “is odriangus”. Normalmente fra i due animali c’era il “soggetto dominante” che veniva assicurato al giogo: “su giuàli” per primo.
Contemporaneamente si abituava l’animale alle sollecitazioni verbali, come “àià" (via), “bòh” (fermo), “ìssiu” o “torra” (indietreggia), “assèh-assèh” (sistemati-avvicinati); spesso schioccando la lingua per rasserenarlo.
Al completamento della fase di doma, non poteva mancare l’assegnazione del nome a ciascun elemento del giogo, di cui abbiamo parlato in precedenti occasioni, allo scopo di garantire appropriata risposta dell’animale richiamato alle sollecitazioni specifiche impartite.
Infine, prima dell’inizio dei lavori estivi, si provvedeva alla “ferradùra”, ossia la sistemazione di un ferro, appositamente predisposto sugli zoccoli di ciascun animale per impedirne il deterioramento precoce. L’operazione di “ferradùra” veniva eseguita da un fabbro “su ferrèri”il quale fissava su ogni zoccolo due lamine di ferro dallo stesso forgiate. L’operazione veniva eseguita assicurando l’animale all’interno di “su trobàsciu dè ferrài”, dotato di sistema di sollevamento tramite cinghie ventrali collegate ad apposito verricello.
Tale apparecchiatura faceva bella mostra di se fino a pochi anni fa, presso le abitazioni degli ultimi “Maniscalchi” o “Ferreris” di Collinas-Forru: sigg. Pasquale Orrù (Pasquali ferreri), in Via De Castro e Pietro Scano (Prietu ferreri) in Via Mazzini.
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