di Paolo Salvatore Orrù
Ha scolpito uomini e donne nel ghiaccio utilizzando solo parole e neve. Il giovanissimo autore cagliaritano, Matteo Porru, che il 18 febbraio ha presentato in una sala del Caffè Letterario di Villacidro il suo quarto romanzo - "Il dolore crea l'inverno" (edito da Garzanti) - ha schiuso, di fronte ad un attentissimo pubblico di lettori, il suo scrigno, ricolmo di colori, poesia e suspense. Sollecitato da Giuditta Sireus, la direttrice artistica del Club di Jane Austen Sardegna, Porru ha raccontato gli inizi della sua avventura nel mondo della letteratura ma, soprattutto, si è trincerato in un deciso “no comment” quando gli è stato chiesto se il suo potente romanzo noir sarebbe potuto diventare un giorno la trama di un film. Da questo versante è stato totalmente inutile insistere anche se poi, sia pure per gioco, ha indicato John Malkovich nel ruolo del protagonista, ed Anthony Hopkins nel ruolo del comprimario. Giochi senza frontiere, ma anche sogni e qualità che potrebbero meritare una chance.
La trama di "Il dolore crea l'inverno" è costruita per appassionare il lettore, perché tutto quello che appare nel prologo è stravolto dal dipanarsi del racconto. Il romanzo è ambientato in un arco temporale che non può essere definito (perché il gelo ha fermato per sempre gli orologi), i paesaggi sono costruiti con immutabili variazioni di colore, tutti determinati dal bianco della neve, dal ghiaccio e dalle strade tenute sgombre da tempo remoto dalla famiglia Legasov. Tutto accade in una insenatura della Russia, l’immaginata baia di Kara, dove spesso “gelano pure le onde”. L’altro non luogo, l’abitazione dei Legasov, sembra partorito dal genio musicale di Peter Hammil: "C'è una casa senza nessuna porta ed io vivo lì" (House Without Roof). In questo Inferno - che ricorda tantissimo il gulag raccontato da Boris Pasternak in Il dottor Zivago - agisce il protagonista del romanzo, lo spalatore di neve Elia Legasov, a cui lo scrittore darà il compito più ingrato, quello di ricordare, perché “solo la neve genera ricordi”.
Un romanzo che ci ha lasciato con un nodo in gola, perché ci fa capire che “siamo tutti fatti di carne e neve”, evanescenti. Davvero sorprendente la carriera letteraria di questo ventunenne che ha cominciato a scrivere “quando avevo dodici, tredici anni”, perché “mi piaceva il fatto che potessi raccontare e porre in chiaro il mondo come lo vedevo io; ed era una cosa che mi affascinava un sacco perché ero un ragazzino che aveva bisogno di urlare al mondo io esisto, io vedo le cose in modo che tanti altri non vedono, e allora ho tentato di tutto pur di diventare scrittore”. Aveva provato a suonare, a scrivere musica, ma la cosa più bella per lui è scrivere “perché una pagina bianca è una tabula rasa, della quale io posso disporre a mio piacimento per esprimere tutte le mie idee, ed è proprio questa libertà totale di pensiero che mi intriga”.
L’arte può nascere ovunque e Porru ne è un esempio lampante. “Io sono figlio di un ingegnere e di un'economista, quindi sono il discendente di due intelligenze matematiche, anche l’intelligenza di mio fratello appartiene a quel mondo”. Per cominciare, a sedici anni, ha scritto The mission (editore La Zattera), raccontando una storia basata anche su vicende biografiche. “Poi ho tentato sempre più di allontanarmi da questo cliché, ma rimanendo fedele ad una mia convinzione: un autore non deve mai raccontare cose che gli siano troppo lontane, perché in qualche modo deve saper ritornare al suo vissuto ed essere in grado di saper declinare le sue storie in modo compiuto e consapevole”. La casa editrice La Zattera di Cagliari, resuscitata solo qualche anno fa da Alessandro Cocco – nipote di Giovanni – gli offre subito la prima chance. Con loro impara “non solo a fare, tra virgolette, lo scrittore”, ma anche a capire con quale logica si muove il mondo dell’editoria. Ecco perché, dopo aver pubblicato con la casa editrice di Cagliari tre romanzi - The mission, Quando sarai grande e Madre ombra -, ma dopo aver vinto nel 2019 la sezione Giovani del Premio Campiello con il brano antologico Talismani, decide di passare con Garzanti. “Solo qualche ora dopo l’exploit veneziano, mi arrivarono tre mail, una da Mondadori, l’altra da Feltrinelli, l’ultima da Garzanti, per la quale in otto giorni (ma dopo anni di incubazione) ho scritto “Il dolore crea l’inverno”. L’incipit di Talismani è la sintesi di tutta l’arte di Porru: “Il silenzio è un boato di anime.
Qualcuno canta laggiù, chi un salat, chi una ninna nanna, allegre e monotone tiritere che arrivano intermittenti, a salti, come vecchi neon che balenano un paio di volte prima di accendersi; quelle preghiere chiedono che Allah le ascolti …”. A soli diciotto anni, Matteo Porru, è stato considerato dalla critica uno dei venticinque under-25 più promettenti al mondo.
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