Arbus, la locale sezione dell'Avis domenica 23 ottobre festeggia il 61° anno di attività
di Gianni Vacca _________________ Domenica 23 ottobre la locale sezione dell’Avis con una serie di iniziative festeggia il suo 61° anniversario di attività. Questo il programma della manifestazione: alle 9.45 nelle sede in via Cavallotti 103 raduno dei partecipanti e sfilata con i labari; alle 10.30 nella Chiesa San Sebastiano Santa Messa in ricordo dei donatori defunti; alle ore 12 nella Sala Ricevimenti Hotel Ristorante “Soffio di vento” cerimonia di premiazione dei donatori con consegne di benemerenza di 70 distintivi in rame, 40 in argento, 10 in oro e 3 in oro con rubino. La cerimonia di premiazione si aprirà con i saluti del Presidente della sezione locale Antonio Atzeni cui seguiranno gli interventi delle autorità e dei rappresentanti dell’Avis regionale, di quella provinciale del Medio Campidano, della Consulta giovani Avis Medio Campidano, dell’Avis consorelle e delle associazioni presenti. A seguire alle ore 13.30 pranzo sociale con animazione al quale si potrà prender parte con conferma non oltre il 18 ottobre con messaggio SMS, whatsapp, ai numeri Avis Arbus 3701282121, Antonello 3402459730 e Salvatore 3927887217. Nel corso della giornata verranno festeggiati anche i 102 anni di Salvatore Piredda colui che nel lontano 1961 diede vita assieme a un gruppo di autentici pionieri alla locale sezione che attualmente conta oltre 400 donatori. La giornata gode del patrocinio del Comune di Arbus. I 61 anni di attività dell’Avis Arbus sono stati caratterizzati in quattro diversi periodi da quattro presidenti che tantissimo hanno dato all’associazione. Nell’ordine ricordiamo il Presidente fondatore Salvatore Piredda a seguire il compianto Franco Melis e ancora Gianni Lampis e in ultimo l’attuale presidente Antonio (Antonello) Atzeni. ...
Leggi di piùEvoluzione della civiltà rurale: dall’esaltazione del lavoro dell’uomo alla venerazione del dio denaro
di Francesco Diana ________________________________________ Chi ha avuto la fortuna di calpestare a lungo il suolo terrestre nel corso dell’ultimo secolo, non può non aver notato la profonda metamorfosi che ha subito la Società rurale, passata progressivamente dall’esaltazione del lavoro alla venerazione del “dio denaro”. Analizzando in particolare l’evoluzione subita dal settore agricolo, non possiamo non evidenziare il repentino cambiamento subito dal comparto lavoro, per effetto dell’evento della meccanizzazione in tutte le fasi del ciclo produttivo, che ha visto il lavoro dell’uomo limitato alla sola gestione dell’immancabile parco macchine in dotazione alle aziende e all’organizzazione dei vari fattori della produzione aziendale. Per meglio chiarire il concetto, invitiamo il gentile lettore a concentrare la propria attenzione su ciò che rappresentava la raccolta del grano fino alla metà del secolo scorso, coltura universalmente indispensabile per il soddisfacimento delle esigenze alimentari di tutti i popoli della terra, soffermandosi sull’esaltazione che la nostra società dell’epoca assegnava al complesso degli adempimenti. La figura dominante nella suddetta fase produttiva era quella del mietitore, con i suoi “manascibis” a protezione delle braccia e del palmo delle mani, l’immancabile grembiule di pelle o panno “su pann’è ananti” e il dito mignolo della mano sinistra protetto dalle insidie della tagliente falce con un ditale di pelle o di canna. A completare l’abbigliamento, un ampio cappello a falde larghe, sovrastava e sorreggeva un fazzoletto bianco posto a protezione delle orecchie e della parte posteriore del collo, con l’immancabile fazzoletto bianco nella parte anteriore del collo, a protezione delle ariste e per asciugare il sudore che sgorgava abbondante, anche a causa della composita bardatura. Così bardato, alle prime ore del mattino, specie in presenza di rugiada, il mietitore iniziava il suo faticoso lavoro, non prima di aver scelto “sa tenta”, ossia la zona operativa del campo su cui operare assegnata a ciascun mietitore, generalmente della larghezza di tre metri, prescelta in funzione dell’inclinazione dei culmi, rispetto al senso di azione del mietitore. Rispetto alla posizione di ciascun mietitore all’interno della linea obliqua che si veniva automaticamente a creare nel corso delle operazioni di mietitura, quello più avanzato della linea veniva generalmente denominato “segadòri dè tenta” (dal cui ritmo dipendevano in genere anche gli altri) mentre a quello più arretrato era attribuito il nome di “sa manu o sa còa dé sa sennòra”. Tale strategia veniva spesso a generare una vera e propria gara fra i mietitori, con relativa grande soddisfazione del proprietario datore di lavoro. Quanto affermato, da non confondere con la classica “Scarada”, che riguardava invece una sorta di contratto particolare, in base al quale i mietitori s’impeg ...
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