Non c’è fine al peggio


di Mauro Marino
[caption id="attachment_106855" align="alignleft" width="199"] Mauro Marino[/caption] Abbiamo appena passato l’estate più incredibile da quando esiste la Repubblica Italiana. Per la prima volta in settant’anni abbiamo assistito ad una campagna elettorale in piena estate. Una campagna elettorale per nulla seguita dai cittadini, anonima, deludentissima, dove non si è parlato per nulla di programmi ma il cui scopo era soltanto denigrare l’avversario politico Ma, del resto, il tutto era abbastanza prevedibile, i partiti, a parte quelli che hanno fatto cadere il governo solo per meri interessi elettorali, non volevano le elezioni in questo momento, non erano pronti. Far cadere un esecutivo in piena estate con una guerra nel cuore dell’Europa che non accenna a finire, con una crisi economica che ha messo al tappeto famiglie ed imprese con bollette del gas e dell’energia elettrica che hanno raggiunto livelli stratosferici ed un’inflazione arrivata all’8,4%, è stata pura follia. Ma, ormai, ci dobbiamo abituare a partiti politici che pensano solamente ai loro interessi e al loro tornaconto elettorale e si disinteressano completamente dei bisogni e delle necessità dei cittadini. Questa disaffezione per la vita politica e le istituzioni rappresentata da una grandissima astensione al voto dovrebbe far riflettere, ma, invece, non succederà nulla, ed i vincitori di questa tornata elettorale continueranno, dopo i soliti, stucchevoli proclami di unità, come se nulla fosse successo. In questa situazione la famosa e sempre rimandata riforma previdenziale in sostituzione della troppo rigida legge Fornero che gli italiani aspettano da molti anni sarà di difficilissima realizzazione, ma i cittadini italiani dopo trenta mesi di covid ne hanno assoluto bisogno. Dobbiamo infatti considerare che il covid, cha ha causato oltre 176.000 decessi in Italia, ha diminuito in soli due anni l’aspettativa di vita di ben un anno e due mesi facendola scendere circa 82 anni di media tra uomini e donne. Considerando che all’attualità la pensione ordinaria si raggiunge a 67 anni si può facilmente capire come ci sia una discrasia tra gli oltre 40 anni di versamenti contribuitivi effettuati da un lavoratore e i soli quindici, in media, in cui si usufruisce della pensione. Certamente il problema previdenziale viene da molto lontano, vi ricordate le baby pensioni concesse ai dipendenti pubblici negli anni 70/80 e di cui ancora oggi il bilancio dell’Inps è appesantito di 7 miliardi l’anno? Poi nell’anno 1995 arrivò il Presidente Dini che inventò’ il sistema contributivo molto più penalizzante rispetto a quello retributivo che vigeva fino ad allora. In pratica fino all’anno 1995 la pensione veniva calcolata in base alla retribuzione percepita negli ultimi anni di lavoro dal 1996 sarebbe stata calcolata sui versamenti effettivamente effettuati. Questo ha provocato una continua diminuzione degli assegni previdenziali che se fino ad una quindicina di anni fa potevano essere considerati più che dignitosi, ora appaiono appena sufficienti per una vita decorosa e se non si interviene immediatamente tra una quindicina d’anni saranno al limite della sopravvivenza. Consideriamo soltanto che in Italia oltre il 40% degli assegni previdenziali è inferiore a 750 euroed il 60% inferiore ai 1.000 euro, e stiamo parlando di importi lordi. Poi nel 2012 la prof.ssa Fornero, in un periodo in cui l’Italia era in piena crisi economico/finanziaria, si inventò una legge previdenziale che aumentava considerevolmente gli anni per accedere al pensionamento e unica al mondo agganciò l’aspettativa di vita al sistema previdenziale con la clausola che se invece questa aspettativa di vita fosse diminuita non sarebbero diminuiti gli anni di lavoro per accedere al pensionamento. Questa situazione ha portato il pensionamento ordinario a 67 anni e la “pensione anticipata” a 42 anni e 10 mesi gli uomini, 41 anni e 10 mesi le donne, oltre a tre mesi di finestra. In pratica il sistema previdenziale italiano fino agli anni 80 si è rivelato molto generoso per i pensionati e poi, come spesso succede, troppo rigido e avaro nei confronti delle generazioni successive. Autorevoli analisti previdenziali hanno calcolato che un giovane che inizia ora ad entrare nel mondo del lavoro, dopo 40 anni di versamenti contributivi, si troverà, a fine carriera, una pensione che a malapena arriverà al 50% di quanto percepito di stipendio. È assolutamente necessario, quindi, intervenire e bisogna farlo immediatamente. Il governo appena uscito dalle elezioni, tra le innumerevoli cose da fare, si troverà anche questo problema che tutti a parole dicono di voler risolvere ma che poi di fatto rimane sempre nel cassetto. Attuando immediatamente la separazione tra previdenza e assistenza, che deve gravare sulla fiscalità generale e non sul capitolo previdenziale, oltre a dimostrare che la spesa italiana sarebbe in linea con i principali Paesi europei, emergerebbero e potrebbero essere recuperati alcuni miliardi di truffe nell’ambito assistenziale. Incrementando la previdenza complementare, che deve essere sotto il controllo pubblico, operare delle fortissime agevolazioni almeno nell’ordine del 50% di quanto versato, per incentivare al massimo i giovani e consentire loro al termine della carriera lavorativa di conseguire una pensione che permetta di vivere decorosamente. Infine, bisogna intervenire su chi è già pensionato. Non è possibile che dopo oltre 40 anni di versamenti i pensionati rischino di diventare i nuovi poveri del domani. Quindi innalzare la no tax area fino a 10.000 euro di imponibile, indicizzare le pensioni al 100% dell’inflazione reale e operare una minus tassazione, per evitare la fuga all’estero verso tassazioni più leggere, fino al limite di reddito di 35.000 euro.  

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