Approfondimenti
Una donna, una voce, una comunità: il ricordo di chi accese la luce della cultura popolare a Villamar
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di Albertina Piras
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Ci sono persone che lasciano un segno silenzioso ma profondo nella vita di una comunità. Zia Lucia Riguér fu una di queste: donna di cuore, di fede e di iniziativa, seppe unire tradizione e modernità, cultura e solidarietà.
Questo racconto ne custodisce la memoria, come un piccolo scrigno di voci, gesti e luce.
Quando pensiamo alla storia del nostro paese, ci vengono in mente studiosi, conferenze, iniziative culturali. Raramente pensiamo alla cultura popolare, a quella conoscenza viva che ci è stata tramandata dagli anziani, con i gesti, le parole, le piccole grandi iniziative di ogni giorno. Eppure, tra le pagine più belle della nostra memoria collettiva ci sono persone come zia Lucia e zio Antonio Riguér, che nel 1977 diedero vita a una straordinaria avventura: Radio Villamar. Bastava sintonizzarsi sui 104 MHz per sentire la comunità riunirsi: le partite, le messe, le conferenze di don Podda nella rubrica “Vi parliamo del nostro paese”. Ogni giorno quella piccola radio ci regalava un tassello di storia, una voce familiare, un frammento di identità. È grazie a loro, e a don Podda, se molti di noi hanno imparato a custodire questi ricordi come perle preziose, dentro lo scrigno della memoria. Radio Villamar non durò a lungo (troppa burocrazia, troppe regole da rispettare) ma il suo spirito rimase vivo. Nel negozio di zia Lucia c’era una scatola delle dediche, dove chiunque poteva scrivere un messaggio o chiedere una canzone. Prima di mandare in onda le richieste, lei introduceva ogni brano con grazia e competenza, raccontando aneddoti sulla cantante o sulla musica. Era una voce vicina, una voce di casa.
I genitori di zia Lucia, zio Alfonso e zia Antioca Soro, non erano originari di Villamar.
Lui veniva da Bosa, lei da Suni. Appena sposati, avevano condotto una vita itinerante, spostandosi di cantoniera in cantoniera seguendo i lavori di zio Alfonso per l’Azienda Autonoma Statale delle Strade, che in seguito, dal 1946, divenne Anas.
Abitarono a Marrubiu, Bauladu, Serrenti e anche a Paulilatino, dove, come ricordava zia Lucia, zio Antonio era ancora in fasce e lei stessa descriveva il paese “alla perfezione”, come se ci fosse tornata il giorno prima. Zio Alfonso morì nel gennaio del 1947, dopo una vita di lavoro e di sacrifici condivisi con la sua Antioca, che era una donna dalle mani d’oro. Lavorava ai ferri, all’uncinetto e al filet, e da lei zia Lucia e la nuora Linuccia avevano imparato l’arte paziente della creazione e dell’intreccio, che poi avrebbero tramandato a loro volta. Hanno avuto cinque figli: Angelo Maria (1914), Lucia (1916), Giovanni (1921), Antonio (1923) e Carmine (1927), tutti nati a Suni, tranne zio Antonio, che nacque a Bauladu, nella via che conduce alla stazione ferroviaria del paese. Quando i figli crebbero, ciascuno trovò la prop ...
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