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Sara e Francesca Vacca[/caption]
Ci sono libri che non nascono solo per raccontare una storia, ma per trattenere una presenza. Su Buttaiu. La vita di Gesuino Vacca, a cura di Sara e Francesca Vacca, appartiene a questa categoria: è un libro che ricostruisce un percorso di vita con lo sguardo affettuoso dei nipoti, trasformando ricordi familiari, testimonianze e materiali d’archivio domestico in un racconto condiviso.
Nella prefazione le curatrici spiegano che il progetto nasce dal desiderio di mettere in comune la memoria: non una biografia fredda, ma un mosaico composto “insieme a chi lo ha conosciuto”, con la consapevolezza che ricostruire i ricordi non è semplice, soprattutto quando sono legati a emozioni, dettagli quotidiani e frammenti tramandati. Un elemento prezioso del lavoro è il recupero di due agendine (1962-1963) in cui nonno Gesuino annotava fatti della sua quotidianità: una traccia minuta, concreta, che dà spessore al tempo e alla vita vissuta.
UN UOMO “POLIEDRICO”,
RADICATO NELLA SUA TERRA
Gesuino Vacca viene presentato come un uomo di dedizione e passione, capace di intrecciare lavoro, fede e amore per la propria comunità. Nato a Mara Arboreai (oggi Villamar) il 2 dicembre 1907, viene descritto come una figura energica e determinata, legata a una famiglia di buttaius (bottai). Il libro insiste su un tratto centrale: la dignità del lavoro, non come semplice fatica, ma come identità. Gesuino è ricordato in più ruoli - bottaio, agricoltore, potatore, innestatore, perito - quasi a suggerire che in certi contesti la vita non è mai “una sola cosa”: è capacità di adattarsi, imparare, costruire.
Tra le pagine emerge anche l’aspetto comunitario: Gesuino non vive isolato nel proprio mestiere, ma partecipa alla vita collettiva. La fede, ad esempio, non è raccontata come elemento astratto, bensì come pratica quotidiana e responsabilità: viene ricordato come priore, con un ruolo attivo nella vita religiosa del paese e nel servizio alla comunità.
LE FIGURE FEMMINILI
E LA TRAMA DOMESTICA DELLA MEMORIA
Accanto al protagonista, il libro dedica spazio a una presenza fondamentale: nonna Edvige, raccontata come donna autorevole e generosa, legata alla fede e alla famiglia, capace di tenere insieme casa, campi, cura dei figli. Si ricordano anche i gesti semplici - il pane, i dolci, la quotidianità condivisa - che diventano simboli di un modo di vivere in cui il “privato” coincide spesso con il tessuto sociale del vicinato.
Particolarmente efficace, in questo senso, è l’episodio dal tono intimo e sorridente dedicato ai fiori: nonna Edvige ne amava tantissimi e Sara, da bambina, tagliava i boccioli prima della fioritura; una piccola scena familiare che dice molto più di tante descrizioni, perché mostra la memoria nel suo aspetto più vero: umano, imperfetto, affettuoso. E tra i segni “vivi” che restano nel tempo, c’è anche un’immagine potente: la palma piantata da nonno Gesuino, che “ancora oggi vive nel giardino della sua casa”. Un simbolo naturale che accompagna l’idea del libro: ciò che una vita semina, spesso continua a crescere oltre la vita stessa.
LA POESIA IN SARDO:
VOCE, IDENTITÀ, COMUNITÀ
Uno dei nuclei più originali del volume è la dimensione culturale. Gesuino viene descritto come un uomo “aperto verso la cultura”, appassionato di lettura e capace di comporre canti e poesie in sardo, spesso in forma improvvisata. Qui il libro si allarga: non racconta solo un individuo, ma restituisce un pezzo di tradizione locale, quella della poesia orale e delle gare poetiche. Compaiono riferimenti ai mutetus a dus e tres peis, ai luoghi della socialità dove la parola si faceva canto e confronto: bar, osterie, ritrovi serali “in buona compagnia”, tra risate e tradizioni condivise. Viene ricordato, ad esempio, un momento del Cabudanni del 1969, quando Gesuino eseguì mutetus con Luigi Martis: un dettaglio che colloca la sua voce dentro una geografia reale, fatta di persone, feste e paesi.
Il libro include anche contributi e memorie esterne. Albertina Piras racconta un episodio del 1988, legato a una mostra di poesie in occasione della festa della Beata Vergine d’Itria, in onore della poetessa Ersilia Caddeo: qui si percepisce bene come i versi non siano solo “testo”, ma circolino come tracce che restano, pronte a riemergere.
Tra le poesie riportate c’è, ad esempio, Su cane e su’ atu, in sardo, e altri componimenti che restituiscono il suono e la struttura della lingua. In questo senso, Su Buttaiu non è soltanto una biografia: è anche una piccola custodia della lingua, una forma di continuità culturale.
UN LIBRO-OMAGGIO
CHE PARLA ANCHE AL PRESENTE
Il valore di Su Buttaiu sta nella sua doppia natura: da un lato è un gesto d’amore – un omaggio a un nonno – dall’altro è un documento che parla a chiunque senta il bisogno di capire cosa significhi appartenere a un luogo, a una comunità, a una lingua. Le curatrici non idealizzano: costruiscono un racconto dove contano il lavoro, la fede, la famiglia, ma anche la cultura popolare, i riti, le relazioni. E proprio questa coralità rende il libro vicino: perché racconta un uomo “di una volta” senza chiuderlo nel passato, mostrando invece come certe radici - la dignità, la responsabilità, il canto, la memoria - siano ancora materia viva.
Il volume si chiude anche con ulteriori contributi poetici, tra cui una poesia di Gilberto Siddu, che si inserisce come saluto finale e ulteriore segno di una comunità che riconosce, ricorda e continua a raccontare. In definitiva, Su Buttaiu è un libro che fa una cosa semplice e rara: trasforma la memoria privata in patrimonio condiviso, e restituisce a Gesuino Vacca una seconda vita fatta di parole, immagini e voci.
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