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San Gavino, il servizio del 118 sarà trasferito in via Pascoli

di Gian Luigi Pittau _________________________ Il personale sanitario del 118 e le ambulanze avranno presto una nuova sede. Lo annuncia il direttore sanitario dell’ospedale Sergio Pili: «Abbiamo presentato la richiesta al Comune di San Gavino che si è dimostrato disponibile a concedere gli stabili e l’area di via Pascoli, sede dell’Unione dei Comuni. Questi nuovi spazi sono più funzionali e vi è tutto lo spazio per le ambulanze. Nell’area dell’ospedale si liberano più spazi per il pronto soccorso destinato alle emergenze. Il servizio del 118 sarà più autonomo perché nell’attuale ospedale gli spazi sono molto ristretti». Intanto si cerca di far fronte alle carenze delle strutture attuali con il miglioramento degli impianti e il potenziamento dell’area dell’emergenza del pronto soccorso. «Alcuni interventi - aggiunge Sergio Pili - sono già in corso come l’estensione e il potenziamento dell’impianto dei gas medicali, l’acquisizione di una nuova Tac e l’ampliamento del pronto soccorso. Altri sono stati progettati e sono in fase di aggiudicazione dei lavori, come la nuova anatomia patologica, la ristrutturazione e l’adeguamento dei reparti di ostetricia e medicina. È stato inoltre già progettato il rifacimento delle aree esterne e dei parcheggi. Contiamo infine di risistemare i prospetti esterni, sostituire gli infissi e realizzare un secondo ascensore monta-letti che colleghi tutti i piani». Intanto in ospedale l’allerta è sempre massima per evitare il diffondersi di nuovi casi di coronavirus e al momento è vietato l’accesso ai parenti dei pazienti ed è consentito l’accesso solo per le urgenze e per alcune terapie come quelle oncologiche che non possono essere rimandate. ...

Covid memoria assenza

di Sandro Renato Garau ________________________________   Uno dei giorni scorsi la vecchia mamma, durante una mia visita, chiedeva: “Ma, figlio mio, quando finirà tutto questo?” L’attenzione a quanto le succedeva attorno non le è mai mancata, per questo le ho chiesto: “Ma tu, che quando è iniziata la guerra nel 1939 avevi sette anni e che quando è finita nel 1945 ne avevi tredici, dimmi, questo periodo è paragonabile a quello?” “No, non è paragonabile! La guerra è un’altra cosa. Morti troppi, giovani e anche vecchi. Molte mie amiche sono rimaste vedove. Alcuni non sono mai tornati e né i figli, né le mogli sanno dove possano essere finiti. Nessuna possibilità di consolare un dolore causato dall’assenza prematura. No non si può paragonare, sono cose diverse. Poco cibo, spesso lo procuravamo di nascosto e lo dividevamo con chi era in casa. Ma non era una cosa bella. Come adesso c’è che non sapevamo quando la guerra sarebbe finita. Di diverso? Allora potevamo incontraci, uscire di casa, spesso per piangere su chi non era tornato e consolare mamme e vedove”. “E la guerra?” “Quando è iniziata la guerra, molte famiglie avevano perso tutto. In Italia c’era Mussolini e in Germania Hitler. Solo dopo abbiamo saputo che molti li avevano uccisi in campi di concentramento e in campi di lavoro. Moriva tanta gente. Ci potevamo incontrare ma, spesso, eravamo soli. Era peggio. Adesso è un’altra cosa, anche se siamo costretti a stare in casa e usare questa mascherina. Però non è bello!” Un punto di vista, che aiuta a fare alcune considerazioni. Non ho vissuto nessuna guerra, ma la memoria di zii e altri parenti morti è viva e mi aiuta a capire, soprattutto oggi alla vigilia della Giornata della Memoria. Dico a me stesso di avere pazienza, di aspettare che il covid venga neutralizzato. In questi mesi mi sono rifugiato nella scrittura, fatto qualche foto del territorio, tornando, quando possibile, su luoghi conosciuti e anche no. Ho cercato le cose che non potevano trasmettermi il virus: la solitudine, le meraviglie dei nostri mari e boschi, la lettura, la riflessione, il cibo un po’ più elaborato, gli amici incontrati per messaggio, situazioni che non potevano contaminarmi o essere contaminate. L’ho fatto cercando di sostituire gli abbracci, i sorrisi, le strette di mano, le espressioni delle labbra che inviavano un bacio veicolato dal gesto della mano, quegli ok detti con la bocca e non solo con la voce, come i sì che contraggono le labbra sino a farne un piccolo varco che si apre alla dolcezza. Ho presente che alcuni stanno vivendo situazioni economiche molto difficili, che a volte sono soli e che dovranno fare di tutto per resistere. Ma mi mancano i rari sorrisi dell'amico che ne è sempre stato avaro ma che quando sorrideva riusciva ad illuminare una stanza buia. Mi manca chi ha sempre il sorriso sulle labbra, o quasi, e quando non lo fa spegne la luce lasciandomi al buio. Mi mancano i baci sulle gu ...

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