La colonia confinaria di Pisticci nasce sotto il fascismo


di Lorenzo Di Biase

La colonia per confinati di Pisticci fu attiva dalla primavera del 1939 al settembre del 1943. Una prima segnalazione di questo territorio per un progetto del genere risaliva al 1927, quando ancora erano imprevedibili le dimensioni che il fenomeno del confino politico avrebbe preso. Il capo della polizia Bocchini aveva chiesto ad alcuni prefetti della Sicilia, Sardegna, Calabria e Basilicata se vi fossero, nelle loro province, zone adatte a instaurare colonie agricole per lo sfruttamento economico dei confinanti politici. Si cercarono località facilmente sorvegliabili, in aree private o demaniali, ma salubri, provviste di acque potabili, nelle quali era possibile organizzare lavori agricoli. I prefetti venivano invitati a precisare se in prossimità vi erano locali idonei o adattabili per il ricovero dei confinati. Il prefetto della provincia di Matera rispose il 18 settembre del 1927, convinto dell’opportunità di istituire tali colonie, proponendo due località idonee: il villaggio Venusio oppure quella denominata Salice, in agro di Pisticci. Nell’agosto del 1938 il progetto di erigere colonie dove i confinanti fossero realmente sfruttabili cominciò a prendere forma. Pisticci risultò la zona più adatta e fu calcolata una spesa di circa cinque milioni da erogarsi in tre anni per apportare lavori di bonifica e trasformazione, opere che naturalmente avrebbero svolto i confinati. La località estesa per circa venticinque chilometri quadrati, era lontana dalle vie di comunicazione e ferroviarie e si prestava a essere sorvegliabile. Nella zona erano già presenti dal 1927 dei capannoni in muratura, otto precisamente, che avrebbero potuto ospitare dopo la ristrutturazione circa duecento persone e con altri fabbricati si sarebbe potuto arrivare alla capienza di circa cinquecento confinati. Di proprietà demaniale del comune di Pisticci, l’area era soggetta a vincolo forestale e a uso civico di pascolo e legnatico. Fu necessario quindi prendere accordi con le autorità locali per liberarla da questi legami, infatti nel novembre del 1938 con un decreto, il ministero dell’Agricoltura autorizzò la trasformazione a coltura agraria dei terreni del demanio di Pisticci. I terreni non furono più affidati al comune ma a un privato, l’industriale Eugenio Parrini, a cui fu affidata la progettazione esecutiva dei lavori. Gli otto capannoni furono sistemati e poiché la zona sorgeva nel comprensorio di bonifica di Metaponto, Parrini poté usufruire di provvidenze statali grazie alle leggi sulla bonifica integrale e sull’olivicoltura. I confinati svolsero in tre anni sia lavori agricoli che di costruzione occorrenti per la colonia. Finiti i lavori di disboscamento e bonifica, sorse intorno agli otto capannoni un villaggio agricolo, con le case per i carabinieri, il comando della Mvsn, l’ufficio postale, le botteghe, la chiesa, il carcere, il magazzino, lo spaccio, e naturalmente l’edificio adibito ai confinati. Il villaggio fu chiamato “Marconia” in onore di Guglielmo Marconi. Accanto ad antifascisti, nella colonia si contavano molti confinati raggiunti dal provvedimento per episodi occasionali, come offese al duce, canto di inni sovversivi, ascolto di “radio Barcellona” o “radio Londra”. Da segnalare anche la presenza di molti sacerdoti -  tra cui don Francesco Maria Giua, l’unico prete sardo mandato al confino -  a conferma di quel progressivo distacco del clero e del mondo cattolico dal regime. Il progetto fascista della “bonifica” e “rieducazione” non ebbe però esito positivo a lungo, infatti, molti degli antifascisti presenti nella colonia, dopo l’otto settembre furono in prima linea nella lotta partigiana.

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