Sa timballa o timbatta’e latte de berbège
[caption id="attachment_42407" align="alignleft" width="160"] Roberto Lotti[/caption] Fra le tante prelibatezze che gli iberici nel loro dominio in Sardegna 1479 - 1713 (avendo occupato l’Isola dopo gli aragonesi), hanno lasciato in eredità c’è anche il flan - dulce de leche -, ossia il flan di latte, dolce tradizionale preparato in tutta la Sardegna. Mia mamma, donna dalle mille risorse e mio costante riferimento, mi ha trasmesso la ricetta, avuta a sua vola da mia nonna Giovanna, cuoca e dolciaia sopraffina della mensa dei minatori di Ingurtosu, paese appartenente al bacino minerario del Sulcis. Questo flan è conosciuto col nome di - timballa - (stampo di metallo in cui si cuociono budini dolci e sformati o pasticci salati), - sa timballa - o - timbatta’e latte - timballa ‘e latte - tumballa de latte - flan de latti - nel Medio Campidano. La cosa curiosa è stata quella che nel documentarmi sfogliando i miei libri, pagine in rete e pubblicazioni varie, a suscitare il mio interesse è stato il nome - martinette - (che tradotto in italiano significa: complesso, cumulo, massa), altro vocabolo utilizzato per indicare il flan di latte, appellativo peraltro a me sconosciuto. Il dolce fa parte della famiglia di quelli detti al cucchiaio, simili ai budini e ai crème caramel, infatti si presume che le fogge primitive di questo dolce provengano dall’antica Roma, in quanto a base di composti di uova, latte, farina e miele per dolcificare. All’epoca infatti non c’era netta separazione tra le preparazioni dolci e salate e presumibilmente erano di etimologia ellenica. Inoltre le ricette a base di uova erano ritenute toniche e giovevoli ed ebbero la loro favorevole prosperità in epoca medievale. Tuttavia in tale periodo nell’area europea compaiono ricette nei trattati di cucina antica, come ad esempio nel “De Honesta Voluptate” di Platina, nel lontano 1476. Tante sono le storie e leggende che da secoli si raccontano sulla nascita di questa piacevole crema. Una delle più fantasiose si riferisce al regno di Rosas della provincia di Buenos Aires, dove nel 1829, il dittatore locale Juan Manuel de Rosas, appena eletto governatore, e nonostante difendesse il movimento federalista, si prestò a raggruppare il potere politico della capitale. Pare che un giorno nella residenza del militare, l’inserviente addetta alle cucine, mentre era intenta a preparare una “lechada” (nettare preparato con latte e zucchero fatto bollire fino a quando lo sciroppo inizia a imbiondirsi), dovette allontanarsi dai fornelli per andare nel pollaio a prendere delle uova. Rientrata in cucina, lo stupore fu quello di vedere la bevanda stracotta, tramutarsi in un composto bruciacchiato, dando così origine al famoso - flan de leche -. Analoga leggenda, ha origine nel Quattordicesimo Secolo in Normandia ed è quella di un cuciniere che mentre preparava la colazione, inavvertitamente fece bruciare il latte con lo zucchero destinato alla colazione di un dis ...
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di Alice Bandino* [caption id="attachment_42400" align="alignleft" width="250"] Alice Bandino[/caption] In uno studio condotto nel 1976, lo psicologo e antropologo americano Michael Maccoby indagò su un campione di 250 dirigenti aziendali, il loro atteggiamento nel dirigere, il loro rapporto con l’empatia (argomenti indagati gia’ allora in America ), se vi fossero emozioni che un leader non dovrebbe condividere e altre prassi legate alle emozioni. Emerse tra gli altri dati, che era comune la paura che per il bene dell’Azienda fosse meglio adottare una linea dirigenziale coercitiva o comunque di tipo piramidale tendente all’anaffettività più razionale, come se le emozioni appartenessero a uno dei due organi completamente separati. Anni dopo, sempre negli U.S.A. le ricerche di Daniel Goleman iniziarono a far riscontrare effetti positivi a livello di produzione aziendale e di benessere percepito dal personale. nelle aziende dove prima i dirigenti e poi i dipendenti (successivamente dirigenti e dipendenti) avevano partecipato a corsi di educazione emotiva e di psicologia. Ciò che distingue dei veri leader da leader meno incisivi, è il loro rapporto con le persone, dai dipendenti ai clienti, quindi la comunicazione e le emozioni, con la loro gestione corretta devono essere inquadrate in un’ottica interpersonale oltre che intrapersonale: l’aver riservato (anche in Italia) l’alfabetizzazione emotiva solo in alcuni corsi universitari di psicologia, ha escluso una bella fetta di facoltà di futuri dirigenti, tra cui futuri dirigenti di Istituzioni importanti come la Sanità, la Scuola o la P.A. Fino a poco tempo fa le emozioni venivano viste come un taboo, un qualcosa di personale da condividere il meno possibile: la psicologia veniva relegata nelle facoltà umanistiche, ma guardata con sospetto se sconfinava in altre aree di studio, come la psicopatologia o la psicopedagogia, la psicologia sociale e quella di comunità, così distante dal ruolo di psicologo del passato; tra studenti addirittura ironicamente definita scienza dell’aria fritta, per poi essere scientificamente rivalutata ai giorni nostri per importanza e incisività in vari aspetti del comportamento e del benessere generale del regno animale, tanto da diventare professione sanitaria. In gergo psicologico quel popolare “mettici il cuore” è rappresentato proprio dalle modalità di condivisione delle emozioni, dalla gestione della rabbia e delle altre emozioni negative, promuovendo occasioni di socializzazione che rafforzassero i rapporti umani all’interno di Aziende, Enti e Istituzioni di vario tipo. Smontare una qualsiasi teoria negativa su noi stessi o sull’ambiente, promuovendo confronti e non conflitti, aiuta a ripristinare anche i valori fisiologici come quelli pressori o cardiocircolatori di chi è coinvolto: coltivare rapporti sani piuttosto che conflittuali o gerarchici, accettare le proprie emozioni e quelle altrui rispettando l’umanità indipen ...
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