Gino Marras: in cammino verso Santiago


di Lorenzo Argiolas È una bella storia, di quelle che vale la pena raccontare quella di Gino. Ignazio Luigi Marras, per gli amici Gino, viene da San Gavino 62 anni, ormai pensionato dopo una vita passata come ispettore di polizia penitenziaria in giro per le carceri di tutta Italia. Gino è una persona solare con la quale è impossibile non andare d’accordo, amante del parapendio coltiva tante passioni come la corsa, il teatro e il volontariato. Di recente è tornato dal Cammino di Santiago, uno dei pellegrinaggi più celebri d’Europa, a cui è parecchio affezionato dato che per lui è la settima volta. Quando è stato il tuo primo cammino e cosa ti ha portato a intraprendere quest’avventura? «È stato un caso, circa dieci anni fa mi trovavo in vacanza col camper a Lourdes, mi spinsi poi oltre i Pirenei e a Burgos dove vidi questi pellegrini in cammino, io suonavo il clacson e loro rispondevano al mio saluto. Mi dissi che l’anno prossimo anch’io sarei stato in mezzo a loro. Da allora ho compiuto sette cammini in nove anni, quello francese, quello portoghese e quello primitivo. In media ho percorso 800 chilometri in un mese circa. Quest’anno ho fatto il cammino primitivo, che parte da Oviedo, sono 320 km, ma ben più impegnativi». Che significato ha per te il Cammino? «Per me il Cammino, fin dalla prima esperienza, significa ricercare sé stessi. È un continuo domandarsi, scoprirsi e mettersi alla prova, fisicamente e mentalmente. Oggi mi sento una persona ricca, sono credente per via della mia formazione, è vero. Ho avuto un passato turbolento, anche per via del mio lavoro, ciononostante sono stato fortunato e forse il mio è un ringraziamento». Qual è il tuo ricordo più bello legato al Cammino di Santiago? «Era il 2009 ed era il mio primo Cammino. Ero appena tornato dall’Abruzzo in cui avevo prestato soccorso alle popolazioni terremotate con la protezione civile, alcune settimane dopo avrei iniziato il corso di clownterapia, portare il sorriso a chi soffre è la mia passione più grande. Ero immerso nei miei pensieri quando un pellegrino mi salutò dicendo “ciao sardo”, avevo la bandiera dei quattro mori, scambiammo due battute e mi disse che era abruzzese. Gli dissi che ero appena tornato dalla sua terra, lui mi abbracciò e mi ringraziò chiedendomi di ringraziare tutta la Sardegna per la solidarietà». Quante persone hai avuto modo di conoscere durante questi anni? «Devo dire che sono sempre partito da solo e ho sempre cercato di avere una mia libertà. Ho conosciuto tante persone, ognuna delle quali mi ha insegnato qualcosa. Durante quest’ultimo cammino sono stato a stretto contatto con un gruppo di famiglie spagnole, mi ha colpito vedere come persone che non ti conoscono e probabilmente non avrai modo di rivedere si preoccupano per te». Cosa consigli per chi volesse cimentarsi in quest’esperienza? «Prima di tutto la consiglio vivamente. Si imparano tante cose, innanzitutto su sé stessi. Nel cammino si vive con poco, l’essenziale direi. E questo dovrebbe portarci a riflettere. In poche parole il Cammino è una metafora della vita».  

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