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Pinuccio Sciola: le pietre sonanti
«Come sento suonare il fax di Gavino Murgia mi sento trasportare a quel 15 di maggio scorso quando con le sue note di lamento ha accompagnato babbo nel suo ultimo viaggio, e mi si accappona la pelle», mi dice Maria Sciola, qui a Milano sabato 1° ottobre, al salone Di Vittorio della Camera del Lavoro. Nel compleanno dei suoi 110 anni la CGIL fa una festa a titolo “Rosso Vivo” e al pomeriggio (al mattino il neo sindaco Beppe Sala e i maggiorenti sindacali milanesi) offre un concerto che si inserisce nella 23° stagione “Tempo e Controtempo” dell'associazione culturale “Secondo Maggio”: Intra, Marcotulli, Murgia: “Le pietre sonanti”, dedicato a Pinuccio Sciola, a suonarle e accarezzarle codeste pietre: la figlia Maria. Le tre pietre sono un prestito di Luigi Pestalozza a cui Pinuccio le ha portate in dono nel corso della loro lunga amicizia (sempre accompagnandole con una forma di pecorino): classe 1928, critico e storico della musica, partigiano a 16 anni, fondatore di prestigiose riviste musicali, è stato critico musicale per l”Avanti”, “Paese Sera”, “Rinascita”, docente al “Piccolo” e a “Brera”, all'Università La Sapienza di Pisa, direttore di stagioni musicali in mezzo mondo. Racconta la sua meraviglia nel ritrovarsi, la prima volta che ci è stato, in quel di San Sperate, il paese dei cento murales di Pinuccio , una inaspettata Sardegna verde, quel suo “Giardino sonoro” in cui pietre alte come antichi menhir sfidano il tempo degli alberi d'arancio. Pietre che danno suono, emancipate dalla gabbia delle note musicali, immerse in una natura che tutti pervade. Un retroterra non temporale: “Mi ha fatto pensare di trovarmi dinanzi una altro Leonardo”. Un genio Pinuccio Sciola, di quelli che ne nasce uno ogni cento anni, nel '42 da una famiglia contadina, per frequentare il liceo Artistico a Cagliari vince una borsa di studio, poi spicca il volo verso Firenze, Salisburgo, Madrid e Parigi dove incontra maestri del calibro di Minguzzi, Kokoshka, Vedova. Incrocia nel suo cammino artistico i Manzù, i Sassu, gli Henry Moore. Per anni si sposta nel variegato mondo, in Africa anche, e in Messico dove conosce e lavora con un grande “muralista”: David Alvaro Siquiros, i suoi lavori più noti della corrente del cosiddetto “realismo sociale”. I murales a San Sperate avevano iniziato a fiorire col '68, Pinuccio era appena rientrato da Parigi, e l'energia che pervadeva la capitale francese la riversò nella sua comunità, riuscendo a coinvolgere la gente del paese, dapprima stupita di quei giovani che dipingevano a calce i muri di fango e paglia, entusiasti tutti poi di quei primi murales che dicevano della vita di ognuno, anche politicamente schierati. Negli anni successivi numerosi artisti accorsero a dipingere soggetti i più disparati, tra i sardi Foiso Fois, Gaetano Brundu, Franco Putzolu e poi tedeschi, olandesi, svizzeri, messicani. E così San Sperate divenne il “paese Museo” che è ora. Nel '7 ...
Leggi di piùMelodramma di Gioachino Rossini
A mia zia Anna, di Gonnos, l’opera non piaceva. Eppure, La pietra del paragone, composta dal genio precoce di un Rossini appena ventenne nel 1812, probabilmente avrebbe conquistato anche lei; come ha incantato il pubblico di Cagliari, in cui è stata rappresentata per la prima volta nella corrente stagione operistica. Zia Anna non era una melomane, quindi quasi certamente non avrebbe colto l’evidente influenza mozartiana nella musica ancora a tratti acerba, ma che lascia già intuire la grandezza de Il Barbiere di Siviglia o della Cenerentola. Avrebbe, ancor meno, riconosciuto ne Il borghese gentiluomo di Lully il modello del linguaggio maccheronico del personaggio del finto Turco, il cui tormentone “Sigillara… Sigillara …” era conosciutissimo nell’800, alla stregua degli odierni tormentoni estivi di musica pop. L’intricata vicenda riprende la classica commedia degli equivoci, degli intrighi, dei travestimenti e dell’agnizione finale, intorno al protagonista conte Asdrubale, ricco e scapolo, che si trova al centro delle attenzioni di tre dame di cui solo una, Clarice, è sinceramente innamorata e non interessata unicamente al denaro del nobile; accanto al quale si aggirano anche presunti intellettuali, incapaci e corruttibili, che tentano di profittare della sua gentilezza e disponibilità, un caro amico rivale in amore e il fedele attendente. Dopo essersi sorbita lunghe stagioni di Beautiful – soprattutto per assecondare la sorella Clara, mia madre – certamente zia Anna non avrebbe avuto difficoltà a seguire la trama. L’originalissimo allestimento a quattro mani di Giorgio Barberio Corsetti e Pierrick Sorin, registi e scenografi, prevede anche alcuni attori (non presenti nel libretto di Romanelli) che non pronunciano alcuna battuta, ma eliminano i tempi morti: in particolare, il cameriere dinoccolato e imbranato, ruba non poche volte la scena con i suoi esilaranti siparietti. I costumi, coloratissimi con una prevalenza di rosso, sono vintage e trasportano la vicenda negli anni Cinquanta. La vera arma vincente dell’opera, tuttavia, è che il pubblico gode di una visione multipla: può assistere al montaggio della realtà virtuale e allo spostamento di modellini su sfondo azzurro che poi proiettati su uno schermo in alto costituiscono la scenografia virtuale, agita dai cantanti, visibili sia di persona sul palcoscenico quasi vuoto, che ingranditi nel video, con alle spalle un miracolo di elettrotecnica. Un meccanismo che da un lato denuncia apertamente la finzione e trasforma il teatro in metateatro, dall’altro realizza uno spettacolo inusuale che non può non incuriosire e divertire. Sì, sarebbe piaciuto anche a zia Anna. Simona Demontis ...
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