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Pabillonis: Pina Zurru, tra mostre e fiere dell’isola, sulle orme delle antiche venditrici di pingiadas e tianus

di Dario Frau _____________________ Il lavoro delle donne, è risaputo, non è stato mai adeguatamente valorizzato, apprezzato e degnamente riconosciuto nella storia. Eppure esso ha contribuito al progresso economico sociale e culturale della civiltà del passato e del presente. Anche negli avvenimenti che hanno caratterizzato l’antica arte della ceramica pabillonese, fino alla prima metà del secolo scorso, le donne hanno avuto un ruolo rilevante ed essenziale. In parte, il commercio avveniva direttamente nei laboratori, ma perlopiù, a smerciare is pingiadas e is tianus, in ogni parte della Sardegna, da Iglesias, all’Ogliastra, dal Montiferru, al Nuorese e fino a Sassari e La Maddalena, ci pensavano le donne e i carrettieri. I carri, con sponde rialzate con sa cedra (realizzata con pertiche di legno), carichi di cabiddadas, potevano trasportare 400/480 pezzi, sistemati tra la paglia, il fieno e su “preimentu” (erba palustre), e così le stoviglie di Pabillonis arrivavano in ogni paese dell’isola. Ma non solo, un ruolo rilevante, in questo commercio l’avevano le donne che si caricavano in testa anche due cabiddadas e una di tianus (un totale di 12 pezzi) di pentole e tegami dentro is crobis (le corbule), e a piedi si recavano nei paesi lontani anche decine di km (fino agli anni 50/60 del secolo scorso) per vendere il tipico prodotto del paese. Una testimonianza è quella di Anna Melis, 88 anni, venditrice di pingiadas: «Ho iniziato la vendita de is pingiadas e is tianus nei paesi circostanti, all’età di 17 anni. Andavo a piedi, con altre donne, a Lunamatrona, Villanovaforru, Collinas, Sardara, Mogoro, Masullas, Villacidro, Gonnosfanadiga, Guspini, Arbus.Si partiva verso l’una della notte, e si rientrava verso le cinque della sera, si svolgevano le mansioni di casa e si andava a letto presto perché il giorno dopo si ripartiva. Di solito portavamo più cabiddadas, formata da pentole di diversa grandezza e tianus, adatti per cucinare carne, brodo, legumi, eccetera. Si vendeva porta a porta, ognuno di noi aveva una parte del paese, il guadagno non era elevato, però i soldi valevano più di ora, si riusciva a comprare il necessario per vivere, spesso avveniva lo scambio con le fave, i ceci, grano, piselli, che rivendevamo, riuscendo così a portare comunque qualcosa a casa». Questo tipo di commercio riguarda, ormai, il passato, ma il ricordo e l’apprezzamento per is pingiadas e tianus è ancora vivo in tanti paesi della Sardegna, come riferisce Pina Zurru, ceramista per hobby ed ex commerciante, che in questi anni ha portato di nuovo le pentole, i tegami e altri prodotti in terracotta, realizzati da lei e da altri ceramisti del paese, in diverse mostre e fiere dell’Isola. Un’esperienza che ha colpito sensibilmente la donna per l’accoglienza e i momenti di empatia che, soprattutto gli anziani, dimostravano: «Sono stata in tanti posti tra cui Cortas Apertas, nel nuorese, e mi sono meravigliata che molti anziani ricordava ...

Droni: LiDar e nuraghe

di Giovanni Angelo Pinna _________________________ [caption id="attachment_92214" align="alignleft" width="179"] Giovanni Angelo Pinna[/caption] È successo in provincia di Oristano nel sito di Bruncu ‘e s’Omu a Villa Verde dove un drone speciale, equipaggiato con tecnologia LiDAR, un “occhio laser” con la funzione di mappare e riconoscere ambienti, anche trascurando la vegetazione che può ostacolare la normale attività ottica, ha scoperto resti di un nuraghe e nuovi insediamenti risalenti all’età del Bronzo (tra il XVIII-VIII secolo a. C.) Il progetto e ricerca, condotti dall’università di Cagliari, e chiamato “Nuraghe Project” ha consentito di riportare alla luce resti di una struttura archeologica con tanto di dettaglio circa le variazioni topografiche. Il suo funzionamento non è per nulla banale e la tecnologia utilizzata, per la prima volta in ambito archeologico, permette di guardare sicuramente al futuro aprendo nuove strade anche per la tutela e valorizzazione del territorio sardo. La tecnologia LiDAR, offerta in accesso dal Cnr Ispc di Potenza all’università di Cagliari, permette di filtrare tutta la vegetazione, attraverso l’uso di particolari algoritmi e trattamento delle informazioni ricevute dall’occhio tecnologico, concentrandosi su “ciò che non si vede”: strutture archeologiche nascoste, variazioni topografiche di interesse culturale sia note che parzialmente o per nulla già conosciute. Utilizzata su piattaforma aerea, in particolare su un drone, questo utilizzo aprirà sicuramente nuove possibilità nel campo della ricerca e valorizzazione dei beni archeologici, ma non solo, in Sardegna (già utilizzato in altri Paesi). Drone e LiDAR: si sono rivelate l’accoppiata tecnologica perfetta, con le quali si sono potuti superare vari ostacoli; il più importante il raggiungimento di zone ad alta densità boschiva e ricerca di informazioni, in essi, altrimenti non recuperabili. L’intervento umano, da terra, è stato comunque fondamentale e, uniti alla intelligenza e capacità di un drone e di uno speciale occhio laser, hanno permesso di arrivare alla scoperta di due insediamenti capannicoli oltre le rovine di un Nuraghe. Costanza Miliani, direttrice del Cnr Ispc e coordinatrice del nodo italiano E-Rihs.it, afferma che <<questa scoperta è stata possibile grazie anche all’impiego di laboratori mobili di ricerca per le scienze del patrimonio, i Molab>>. Ma cosa è il LiDAR? E’ quella tecnologia che viene tenuta sotto particolare osservazione anche per le tanto discusse auto robot. Permetterebbe al mezzo, alla sua intelligenza artificiale, di riconoscere e mappare, quindi percepire, l’ambiente circostante definendo quelle che sono le strade e la direzione da seguire, gli ostacoli fissi, alberi, altri veicoli, pedoni ed edifici, animali ecc con estrema precisione ma, ad oggi, troppo costosa ed ingombrante per essere implementata nelle auto più comuni. Sulla base delle tecnol ...

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