di Dario Frau
Oggi in paese non esiste più come mestiere, ma fino ad alcuni decenni fa era importante e indispensabile nella vita comunitaria. Questo personaggio era il sarto. Un artigiano che, soprattutto, per gli uomini confezionava abiti, camicie, pantaloni, gilet, ma anche indumenti da lavoro, o metteva una toppa quando qualche strappo o l’uso prolungato consumava il vestito e bisognava rimetterlo a posto. Ora i negozi, i grandi magazzini o l’acquisto on line hanno sostituito su mestu de pannu. A Pabillonis erano diversi gli artigiani che con pazienza, abilità e competenza svolgevano questa attività. Ogni sarto aveva caratteristiche e approcci diversi con i clienti, peculiarità professionali differenti, sensibilità e inventiva che li differenziava. Gli ultimi sarti sono stati Benigno Frau, Eraclio Schirru, Giuseppe Pisanu, Angelo Zurru, Luigi Pisanu, Tarcisio Fadda, Pietro Cossu e Dario Pia. A puntate, metteremo in risalto la loro operosità, la loro storia e i ricordi che hanno lasciato a Pabillonis.
Giuseppe Pisanu, 85 anni, noto Pinuccio, è stato un “mestu de pannu” che ha lasciato tanti ricordi, soprattutto, nelle persone meno giovani. Una parte della sua vita l’ha trascorsa dietro un banco per il disegno, il taglio delle stoffe, l’imbastitura degli abiti e seduto davanti a una macchina da cucire. Diventare un sarto abile e competente non era facile. Tanti avevano iniziato, ma pochi avevano raggiunto le competenze necessarie a diventare “mestu de pannu”. Pazienza, abilità, elasticità mentale, colpo d’occhio, intelligenza e un particolare talento era d’obbligo per diventare un bravo sarto. Pinuccio Pisanu è stato uno di questi e le caratteristiche di bravo sarto le ha dimostrate nella sua carriera. «In famiglia eravamo cinque: papà, mamma e tre fratelli. Mio padre lavorava in agricoltura, possedeva diversi terreni e in famiglia si viveva dignitosamente. Un lavoro duro e impegnativo, però, che con il cambiare dei tempi e le diverse esigenze dei figli che crescevano, incominciò a entrare in crisi», rimarca il sarto in pensione. Che fare? Per Pinuccio una soluzione viene trovata: «Mia madre, donna pratica e lungimirante, mi suggerì di apprendere la professione di sarto, un’attività distinta ed economicamente soddisfacente», ricorda. La bottega più famosa in paese era quella di Tziu Benigno Frau, un sarto molto capace e competente, nella sua bottega, in via Garibaldi, aveva molti apprendisti.
«È lì che incominciai nel 1950», afferma. L’inizio non fu certamente facile, il carattere e le esigenze di Tziu Benigno mettevano soggezione e non era agevole superare la prova. Ma il giovane apprendista non si scoraggiò. «Era molto severo, mi legava il ditale al dito perché non riuscivo a portarlo. Come apprendista aggiustavo gli abiti, facevo orli e imbastiture. Lui tagliava e mi metteva a fare le cose meno difficili, molto spesso si finiva a tarda notte, lavorando dalla mattina, c’era sempre tanto da fare». La professione di sarto si acquisiva guardando e carpendo i segreti di confezionamento de su mestu. Al giovane Pinuccio, apprendista, non sfuggivano questi passaggi. E così dopo aver acquisito una certa padronanza poté perfezionarsi e passare al taglio, che era il massimo dell’apprendimento. Ma al giovane non bastava questa esperienza e decise di ampliare le sue conoscenze sartoriali.
«Ho frequentato, a San Gavino, la scuola per sarti del prof. Ligas, che arrivava da Torino: imparai cose nuove e moderne. Così nel 1959 mi sono iscritto alla Camera di Commercio e ho iniziato l’attività di sarto». Una data importante per il giovane artigiano che ricorda ancora, dopo tanti anni, il suo primo abito confezionato: «Lo confezionai per il signor Stefano Frau».
Un lavoro laborioso e impegnativo, quello di sarto, che richiedeva parecchia attenzione e precisione. «Prima prendevo le misure per i pantaloni, per la giacca e il gilet, anche se non tutti lo volevano. Poi disegnavo l’abito direttamente sul tessuto e dopo averlo imbastito, chiamavo il cliente per la prima prova. Ci volevano tre-quattro giorni per confezionare un abito intero. I tessuti si ordinavano dal continente. Avevamo un catalogo della Sardotecnica. Erano tessuti molto pregiati, ricordo per esempio un marchio: Dalle Piane. Si acquistavano anche materiali di qualità», ci tiene a precisare il sarto.
Abiti su misura, precisi e personalizzati: dovevano costare tantissimo! Quanto si spendeva per un abito completo? «Dipende», specifica Pinuccio Pisanu, che elenca in dettaglio le varie spese e i vari costi. «Era di 4.000 lire la tariffa per il confezionamento, la camicia e il tessuto erano a parte. Il prezzo totale dipendeva, infatti, dal tessuto: tra i 12 e 20 mila lire al metro, quelli in lana Marzotto o Principe di Galles costavano tanto. Ne servivano 2 metri e mezzo per pantalone, giacca e gilet», precisa l’ex sarto. I clienti non mancavano, alcuni arrivavano anche da fuori paese. «Venivano anche dalla Riforma Agraria de Sa Zeppara a farsi confezionare le divise in fustagno per lavoro». Ma gli abiti completi non erano certamente l’unico lavoro che i sarti facevano nelle loro botteghe, «Facevamo di tutto: allungare o accorciare l’orlo dei pantaloni, rattoppare quelli strappati, confezionavo, persino, mutandoni lunghi».
La sua sartoria che si trovava in via Sassari, in un locale della casa paterna, non era mai deserta, oltre ai clienti e qualche ragazzo-apprendista, era frequentata da tanti giovanotti, suoi amici. «Si, era un momento di svago e relax per molti e mentre io lavoravo, si chiacchierava di tutto, di donne, di pettegolezzi, delle ultime notizie del paese… si passava del tempo insieme».
Intanto Mestu Pinucciu si era fatto una solida fama e attirava l’interesse di ragazzi che volevano apprendere la professione. «Venivano diversi ragazzini. Non ricordo i nomi di tutti, qualcuno mi è rimasto impresso, comunque nessuno è diventato sarto. Purtroppo non potevo tenerli senza dare un compenso. Molti clienti pagavano in ritardo e alcuni addirittura non si facevano più vedere dopo il lavoro fatto. E se non incassavo non potevo retribuire neppure i giovani apprendisti. Oltre a questo vi erano, inoltre, altre spese tra cui il ferro da stiro che era a gas e la bombola costava», spiega l’ex sarto. In effetti la crisi per alcune categorie professionali si faceva sentire, tra cui, quella dei sarti. Con il boom economico, i vestiti, gli abiti, i pantaloni e molti altri indumenti si potevano acquistare già pronti nei grandi magazzini e il lavoro dei sarti diminuiva e non era più conveniente. Anche Pinuccio Pisanu dovette adeguarsi ai tempi. «Nel 1964 fui assunto in un ente pubblico e “ufficialmente” chiusi con l’attività di sarto», spiega l’anziano. Non fu facile lasciare quella bottega dove erano passate tante persone, ricche e povere. Mestu Pinucciu accontentava tutti, con il suo carattere gioviale e la sua abilità riusciva a mettere a proprio agio tutte le persone che si recavano nella sua sartoria. L’addio non è stato senza rimpianti ed emozioni, pensando ai quei tempi, quando la realizzazione di ogni abito era come creare un’opera d’arte da un pezzo di stoffa: un capolavoro che le mani abili di Pinuccio Pisanu riuscivano a realizzare e rendere felici e soddisfare tante persone che ancora oggi lo ricordano con stima e considerazione.
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