Pabillonis, grande accoglienza degli alunni per il primo giorno di scuola dei due fratellini ucraini

di Dario Frau _________________________   Primo giorno di scuola per Zlata e Illia, i due piccoli ucraini che hanno lasciato il loro paese per sfuggire alla guerra che imperversa, ormai, da molte settimane. È stata la loro mamma Anastasia, che lavora presso un’anziana del paese, a portarli a Pabillonis, dalla Polonia, dove i fratellini, dopo aver lasciato l’Ucraina, erano stati accolti, momentaneamente, da alcuni parenti a Varsavia. Grazie alla generosa ospitalità di tzia Elisa, Zlata e Illia hanno potuto stare con la loro mamma e incominciare una nuova vita. Dopo una decina di giorni per il disbrigo delle formalità burocratiche e dei vaccini, lunedì 28 marzo Zlata e Illia, hanno varcato il portone della scuola Primaria e continuare il loro corso scolastico abbandonato, per causa di forza maggiore, nella loro patria. Ma l’attività didattica non si era interrotta completamente, grazie alle loro maestre che, dall’Ucraina, avevano svolto le lezioni a distanza, collegandosi con il computer. Ora, però, in paese, la “scuola” è ricominciata in presenza. L’accoglienza degli alunni della classe prima, dove è stato iscritto Illia, e quelli della quarta dove frequenta Zlata, è stata calorosa ed emozionante. Scritte di benvenuto in cilirico-ucraino, cartelloni e tanti palloncini, ma soprattutto tanti sorrisi e gesti di affetto, hanno messo a loro agio i nuovi arrivati. Le maestre, dal canto loro, hanno fatto di tutto per accoglierli, con serenità e tranquillità, organizzando attività con contenuti comuni, senza che vi fossero differenze e difformità nelle varie esercitazioni. Nei giorni precedenti, inoltre, le insegnanti avevano preparato i loro alunni, con informazioni inerenti il problema della guerra in Ucraina e la triste situazione che ha costretto migliaia di persone, tra cui moltissimi bambini, a lasciare la loro terra. Anche la difficoltà della lingua, per quanto possibile, si cercherà di renderla meno difficoltosa, avendo installato nel proprio cellulare, un traduttore simultaneo che permette di comprendere e farsi comprendere. I piccoli ucraini, superato i primi momenti di timidezza, si sono subito ambientati e hanno trascorso le ore di lezione, sereni e tranquilli, integrandosi pienamente nel contesto classe e nella socializzazione con gli altri alunni, pronti ad affrontare, con impegno e senso del dovere, il nuovo percorso di vita nel nostro paese. ...

Sa cocioba imbriaga, le ricette di Marceddì in rima cucinata e baciata (e mangiata)

di Paolo Salvatore Orrù ______________________________________   “Marceddì è la poesia che non riesco a tradurre in versi”, ha detto Simona Pau autrice di un libro di ricette di mare – Marceddì: sa pingiada de mari. Contus de mandiaris, de pisca e de piscadoris” – che va prima va letto, poi sperimentato in cucina. Per Simona il piccolo borgo che si affaccia sulla laguna di Marceddì (frazione di Terralba) è rifugium, luogo del cuore, ma ultimo baluardo di ricette dimenticate.  “Allegra e malinconica, colorata e grigia, è una borgata dall’anima tormentata che riesce a donarmi pace, uno di quei luoghi che ti abbracciano e ti fanno sentire a casa anche se sei straniero. Per me è una combinazione di memorie, odori e suoni”, ha spiegato. Da questo groviglio di sentimenti, l’esigenza di regalare ai lettori un universo di simboli e sapori. E risonanze: “Questo accade”, secondo la scrittrice, “nella ricetta de sa cocioba imbriaga, quando le arselle vengono tuffate nell’acqua riproducendo le stesse sonorità della laguna da cui provengono”. Per dipingere questo quadro, la Pau ha scelto il sardo. Nessuna altra lingua, “altrimenti”, sarebbe stata capace di cogliere l’anima della borgata marina. “La sua immediatezza, la sua ricchezza espressiva, il suo graffio sono stati fondamentali affinché non venisse meno il carattere del luogo”. Il sardo, dunque, come lingua madre nonché veicolo comunicativo normale “in un mondo che ha visto il suo il suo declassamento a dialetto”. Parole che farebbero felice il grande Francesco Casula. Se si desidera associare il binomio Marceddì-lingua sarda a un’immagine, “la prima figura che si presenta davanti a miei occhi è quella di un passo a due, in cui i due interpreti, la borgata e la lingua, dopo l’adagio eseguito insieme, ballano da soli per poi ricongiungersi nelle pagine del mio libro”, commenta la scrittrice, presentando il libro nato grazie al contributo sulla “Tutela Minoranze Linguistiche storiche” della Regione Autonoma della Sardegna (L. 482/99, artt. 9 e 15 – L.R. 6/2012, art. 13, comma 2 – L.R. 22/2018, art. 10, comma 4 e 5) e fortemente voluto dal Sindaco del Comune di Terralba Sandro Pili e dall’Assessora alla Cultura Giulia Maria Elena Carta. Simona Pau non balla da sola. “Perché Marceddi e la sua laguna? A differenza di tanta parte dei miei compaesani non ci ho mai vissuto, neanche d’estate. Ho iniziato a frequentare questi luoghi sporadicamente e non è mai scattato il colpo di fulmine, ma ogni volta che ci bazzico mi trasmettono sensazioni, stimoli e riflessioni che poi restano impressi. Il lavoro svolto con Simona è stato un esempio quasi paradigmatico di ciò. Tutte le interviste che abbiamo raccolto sul campo hanno contribuito a modificare la percezione che ho sempre avuto di questi posti”, ha spiegato il curatore del libro Alessandro Cauli, cogliendo aspetti che spesso in un libro di ricette non vengono considerate. “ ...

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