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Benvenuto piccolo Samuele, primo nato del Medio Campidano

Si chiama Samuele Schirru ed è venuto al mondo alle 9.11 di oggi nel reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale Nostra Signora di Bonaria di San Gavino Monreale, diretto dal dottor Antonio Campiglio. Il piccolo è il primo nato del 2024 nel Medio Campidano.La nascita di Samuele è stata motivo di grande gioia per il genitori: la mamma, Laura Murru e il papà, Matteo Schirru, entrambi di Villamar, che hanno condiviso la loro felicità con tutti gli operatori sanitari dell’Unità Operativa di Ginecologia di San Gavino.Il piccolo, primo figlio della coppia, è nato con parto spontaneo e ha pesato 3 chili e 68 grammi. I medici e tutto il personale del reparto hanno assistito con entusiasmo e professionalità la neomamma e il nuovo nato. L’UO di Ginecologia di San Gavino è un punto di riferimento per il territorio del Medio Campidano e non solo. Il 2023 si è chiuso con un calo delle nascite di circa l’8% in linea con la media nazionale. Si sono registrati infatti 326 parti rispetto ai 355 dello scorso anno ed ai 420 dei 2 anni precedenti. A far risaltare la qualità del Reparto parlano comunque i dati riguardanti gli indicatori di qualità dell’ Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali). Nel 2022 l’Unità Operativa di Ginecologia dell’ospedale Nostra Signora di Bonaria di San Gavino ha avuto la miglior percentuale tra gli ospedali sardi in fatto di tagli cesarei primari (14.8%) ed il maggior numero di parti vaginali nelle donne che avevano già subito precedentemente un taglio cesareo (17.8%).Da sottolineare inoltre come il reparto abbia ottenuto anche per il 2023, come per gli ultimi 3 anni, il riconoscimento del Bollino Rosa da parte della Fondazione Onda (Osservatorio nazionale sulla salute della Donna e di genere) per i servizi offerti dal Reparto alle donne del territorio, e che è stato recentemente consegnato a Roma in questo mese di dicembre.L’UO di Ginecologia si è distinta anche in tema di Chirurgia Ginecologica dei difetti del pavimento pelvico, campo nel quale eccelle per il ventaglio di offerte terapeutiche e diagnostiche che offre ormai da 4 anni a centinaia di pazienti che giungono anche da altre province.ll reparto di Ginecologia da alcuni mesi è oggetto di una totale ristrutturazione edilizia. Il nuovo reparto ristrutturato sarà pronto per il mese di febbraio e garantirà una miglior accoglienza e un miglior confort alle pazienti. ...

Carina de stanni imboddicada cun cócciullas e musculas nieddas

di Roberto Loddi de Santu 'Engiu Murriabi ___________________________   [caption id="attachment_95352" align="alignleft" width="142"] Roberto Loddi[/caption] Nell’antica Grecia l’orata era talmente apprezzata da essere ritenuta sacra alla bellissima Afrodite. L’orata è un pesce osseo di mare e di acque salmastre classificata da Carl Nilsson Linnaeus, da noi conosciuto come Carlo Linneo, nella famiglia degli sparidi. Il nome deriva dalla caratteristica striscia di color oro che il pesce mostra fra gli occhi. In Italia a seconda delle regioni il nome varia in base al dialetto, in Liguria: Oggià, Oouè, Oa, in Friuli Venezia Giulia: Orada, Palassiola, in Veneto: Orada de la corona, in Puglia: Bandicedde, Banniccella, in Toscana: Orata, in Sicilia: Arateddra, Sau-vidicchiu, in Sardegna: Cagnina, Canina de stanni, Carina cagnotta, caniottu, tanto per citare alcune regioni.  L’orata vive lungo le coste del Mediterraneo, dell’Oceano Atlantico, in tutte le scogliere della Sardegna e all’interno dei porti. Dell’orata ne parla anche Marco Gavio Apicio, il ricco gastronomo gaudente e buongustaio, vissuto nella Roma del I secolo d.C. e autore di un famoso ricettario in dieci libri il “De re coquinaria” e, a duemila anni di distanza, l’orata resta uno dei pesci più apprezzati. Anche sulla tavola di Catone l’orata non doveva mai mancare, in quanto non era un grande appassionato della carne, infatti nell’alimentazione dei Romani il pesce era un ingrediente basilare e veniva consumato dal popolo più agiato, mentre per quello più povero erano le uova e i formaggi ad apportare le proteine animali. Con l’avvento del benessere e dell’agio, sorgono rapidamente le “piscinae” di acqua dolce e di acqua salata nelle quali vengono allevate delle vere e proprie leccornie dell’epoca quali ostriche, orate, triglie e murene. Nell’Impero romano tra il I e il III secolo d. C., a causa dell’enorme consumo di pesci delle mense dei patrizi, per poter soddisfare il fabbisogno si dovette ricorrere a quelli d’allevamento, perché il pescato risultava sempre più scarso.  Gli allevamenti erano già conosciuti in Campania a Bala (area marina protetta localizzata sulle coste della città di Napoli) e Lucio Giunio Moderato Columella nel suo “De re rustica”, racconta che l’ingegnere romano Gaio Sergio Orata o Aurata, secondo alcuni così chiamato in quanto grande estimatore di orate, nel 108 a. C. realizzò i primi allevamenti di ostriche in grandi riserve di acqua naturale come il lago di Lucrino situato sulla costa dei Campi Flegrei nel napoletano. I Romani iniziarono un rapido sviluppo in tutte le aree costiere, fluviali e lacustri dell’acquacoltura creando grandi bacini (vivaria, piscinae dulces) per l’allevamento delle orate, spigole e tante altre specie di pesci che resistevano nell’acqua del lago di Bolsena, del Cimino (lago di Vico), del velino (Lacus Velinus) e in quelle del Sabatino.   Plinio il vecchio sosteneva ...

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