Figumorisca happu pappau
Paulo minora canamus. Questo tema di origine popolare dei cantastorie itineranti , lo cantava negli anni dopo la guerra un mio amichetto mentre io disegnavo per strada con grande successo e risate del pubblico. Ricordavo il réfrain e il contesto ma non più il testo che ho ricostruito a mi manera in reminiscenza di quelli anni scanzonati vissuti in allegra miseria . La vicenda tragicomica di questo lazzarillo porcaro di cui canto è lo spaccato di vita di un’epoca d’antan che per me che l’ho vissuta mi sembra sia avvenuta appena ieri. Oggi le siepi sono in abbandono superate dalle economiche recinzioni a reticella, ma per secoli oltre alla funzione di clausura delle tancas serradas a muru sopra le cui pietre crescevano queste generose e austere piante grasse, sono state una florida economia autunnale per l’allevamento brado e stanziale dei maiali, curate e “spazzate” dalle roncole degli esperti contadini, per i loro frutti copiosi che un formicaio di persone si accaparravano per tempo e coglievano a gara da Santa Maria fino a Tutti i Santi, quando avere il porco in casa era un rito un dovere catoniano, perché allora i maiali erano maiali nel senso letterario dell’etimo, protetti dalla loro dea che era Maia col suo mese sacro di Maio-Maggio e i porci (purg-purc-purcus ) purgavan –frugavano (pr-fr) liberi nei campi e nei cortili, e non ingabbiati nelle asettiche celle delle porcilaie industriali a succhiotti computerizzati, conservando di suino solo lontanamente il nome. Ai tempi di cui parlo invece scendevano dalle Barbagie a estuare nelle stoppie del Campidano mandrie suine con i cabilli badantes che vendevano di paese in paese is occidroxus (gli occisoria delle antiche are romane) per ingrassarli e ucciderli all’approssimarsi del Natale o di Sant’Antonio abate, il Santo dei maiali la versione cristiana maschile della dea Maia. Quindi le siepi di fichidindia erano un’endiadi e una simbiosi con i porcili. Eppure dietro di esse c’è una lunga storia e una curiosa vicissitudine linguistica. A parte il latino saepes che ha dato origine a siepe, anche a quella celebre romantica che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude, sa cresura meno onirica di quella di Recanati, deriva dal latino clausura, da “claudo”, come le “enclosures” anglosassoni e a un comunissimo profano non verrebbe mai in mente che la nobilissima Town della City di Londra deriva dall’umillimo concetto di siepe. Town infatti, nonostante “sembri” una parola inglese, è un termine greco “ZONE”, in latino “ZONA”, che da in tedesco origine a ZAUNE (Siepe), e TOWN(E) in inglese siepe muraria e ovviamente in italiano “Zona” che è un termine piuttosto indefinito, ma in latino è molto circoscritto, significa cerchio, circonferenza e soprattutto le mutande che recintavano il bacino delle signorine, e “soluta zona et nudatis papillis” era il clou dello spogliarello come il poco pudico Ovidio ci trama ...
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