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In questa categoria troverai tutti gli articoli scritti fino Marzo 2026

Figumorisca happu pappau

Paulo minora canamus. Questo tema di origine popolare  dei cantastorie itineranti , lo cantava negli anni dopo la guerra un mio amichetto mentre io disegnavo per strada con grande successo e risate del pubblico. Ricordavo il réfrain e il contesto ma non più il testo che ho ricostruito a mi manera in reminiscenza di quelli anni scanzonati vissuti in allegra miseria . La vicenda tragicomica di questo lazzarillo porcaro di cui canto è lo spaccato di vita di un’epoca d’antan che per me che l’ho vissuta mi sembra sia avvenuta appena ieri. Oggi le siepi sono in  abbandono superate dalle economiche recinzioni a reticella, ma per secoli oltre alla funzione di clausura delle tancas serradas a muru sopra le cui pietre crescevano queste generose e austere piante  grasse, sono state una florida economia autunnale per l’allevamento brado e stanziale dei maiali, curate e “spazzate” dalle roncole degli esperti contadini, per i loro frutti copiosi che un formicaio di persone si accaparravano per tempo e coglievano a gara da Santa Maria fino a Tutti i Santi, quando avere il porco  in casa era un rito  un dovere catoniano, perché allora i maiali erano maiali nel senso letterario dell’etimo, protetti dalla loro dea che era Maia col suo mese  sacro di Maio-Maggio e i porci (purg-purc-purcus ) purgavan –frugavano (pr-fr) liberi nei campi e nei cortili, e non ingabbiati nelle asettiche celle delle porcilaie industriali a succhiotti computerizzati, conservando di suino solo lontanamente il nome. Ai tempi di cui parlo invece scendevano dalle Barbagie a estuare nelle stoppie del Campidano mandrie suine con i cabilli badantes che vendevano di paese in paese is occidroxus (gli occisoria delle antiche are romane) per ingrassarli e ucciderli all’approssimarsi del Natale o di Sant’Antonio abate, il Santo dei maiali la versione cristiana maschile della dea Maia. Quindi le siepi di fichidindia erano un’endiadi e una simbiosi con i porcili.  Eppure dietro di esse c’è una lunga storia e una curiosa vicissitudine linguistica. A parte il latino saepes che ha dato origine a siepe, anche a quella celebre romantica che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude, sa cresura meno onirica di quella di Recanati, deriva dal latino clausura, da “claudo”, come le “enclosures” anglosassoni e a un comunissimo profano non verrebbe mai in mente che la nobilissima Town della  City di Londra deriva dall’umillimo concetto di siepe. Town infatti, nonostante “sembri” una parola inglese, è un termine greco “ZONE”, in latino “ZONA”, che da in tedesco origine a ZAUNE (Siepe), e TOWN(E) in inglese siepe muraria e ovviamente in italiano “Zona” che è un termine piuttosto indefinito, ma  in latino è molto circoscritto, significa cerchio, circonferenza e soprattutto le mutande che recintavano il bacino delle signorine, e “soluta zona et nudatis papillis” era il clou dello spogliarello come il poco pudico Ovidio ci trama ...

Luigi Sanna, costruttore di cesti per passione

Si chiama Luigi Sanna, ha 65 anni, e da oltre un trentennio si occupa, per passione, della realizzazione di cesti e sedie dell’antica tradizione sarda. Lo abbiamo incontrato per conoscerlo meglio e farci raccontare alcuni aspetti interessanti di quest’antico mestiere. Cosa fa Luigi Sanna? Il mio lavoro principale è quello di collaboratore scolastico, svolgo l’arte dell’intreccio come pura passione. Sono entusiasta di ciò che faccio: qualcuno dice che lavorare nel settore pubblico tolga energie e motivazioni, ma non è certo il mio caso: ringrazio, infatti, di avere un lavoro di questo tipo che, oltre a motivarmi quotidianamente, mi permette di ritagliare spazi di tempo per dedicarmi a questa mia passione. In che cosa consiste questa sua “seconda” attività? Mi diletto nella messa a punto di cesti in olivastro (is catteddusu ndr) e, secondariamente, nella messa appunto di sedie antiche (scannusu ndr). Si tratta di attività che richiedono, oltre che passione, anche di una buona dose di pazienza. Prima di confezionare un cestino, infatti, c’è un lavoro a monte: i materiali di cui sono fatti, che crescono alla base degli ulivi, vanno cercati e tagliati con accuratezza nel periodo che va da agosto sino a gennaio o febbraio. Ne esistono di due tipi: l’olivastro che è chiaro e l’olmo che, al contrario, è la variante più scura. Quando ha iniziato? Intorno a metà degli anni ‘80. Per indole non so mai stare con le mani in mano: è stata forse questa caratteristica che mi ha portato, dopo aver osservato alcuni cestini antichi di mia suocera, a cimentarmi in quest’arte. Per un lungo periodo ho abbandonato questa mia attività, salvo poi riprenderla in mano verso la fine anni degli anni ’90. Quanto tempo necessita la messa a punto di un cestino? Se ho il materiale già a disposizione circa cinque/sei ore di lavoro. Le dimensioni dei cesti non contano, anzi le dirò che spesso ci metto più tempo a fabbricare quelli più piccoli. Chi generalmente le richiede questi oggetti? Gli acquirenti sono soprattutto: i cercatori di funghi, chi fa confezioni regalo, chi vuole un supporto per i cesti di Natale e, non ultimi, i collezionisti. In antichità avevano la funzione delle attuali buste della spesa, più ecologiche in quanto non usa e getta. Che sensazioni le da praticare quest’attività? Provo soddisfazione nel vedere il risultato finale del mio lavoro e altrettanto piacere nel ricevere i complimenti dagli acquirenti. L’apprezzamento che ricevo non fa altro che darmi ulteriori stimoli, un po’ come una fiamma che non si spegne mai e che viene alimentata sempre di più. Anche per questo motivo sono abbastanza scrupoloso nella lavorazione. Da una semplice passione, si è quindi ritagliato una piccola attività complementare al suo lavoro. Si, anche per questo motivo partecipo a mostre e sagre nel territorio. Ci tengo a ringraziare la mia famiglia che da sempre mi sostiene in ciò che faccio: dico spesso alle mie ...

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