Gonnosfanadiga, lettera di don Raimondo Virdis ai parrocchiani

Carissimi parrocchiani, avevamo immaginato un’altra Pasqua! Desidero però accompagnarla condividendo qualche riflessione per vivere con più intensità la Pasqua di quest’anno, segnata dal drammatico impatto dell’epidemia, senza dimenticare le tante forme di testimonianza di fede, di speranza, di generosità, come i tanti momenti di angoscia, di paura, di smarrimento. In questo tempo è molto cambiato l’atteggiamento verso il religioso: ne è nata una qualche nostalgia per chi non ci pensava più, e persino quelli che sono digiuni delle cose di chiesa, si sono interessati per sapere se le chiese siano aperte o chiuse. Come è noto, sono state impedite le celebrazioni e le attività pastorali in parrocchia,  sostituite da dirette televisive nazionali e locali o collegamenti web. Per far sentire un segno di prossimità e di premura pastorale, allora catechisti e catechiste, persone sensibili, gruppi e associazioni, hanno raggiunto i “loro ragazzi”, i “loro malati”, “amici e conoscenti”, tramite il cellulare: in questo modo tanti “credenti” hanno Intendo far giungere a tutti l’augurio per la santa Pasqua di quest’anno. Siamo costretti a una celebrazione che assomiglia più alla prima Pasqua che a quelle solenni, festose, gloriose alle quali siamo abituati. [caption id="attachment_67038" align="alignleft" width="380"] Don Raimondo Virdis[/caption] La nostra Pasqua quest’anno rivive quella sera del Risorto: «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, così come noi siamo chiusi nelle nostre case, volenti o nolenti, per timore del “coronavirus”, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”» (Gv 20,19). Incomincia così una storia nuova, una consolante promessa “io sono con voi tutti i giorni”, che ci fa stare in piedi, eretti, con speranza, confidando che il Dio buono è già al lavoro per realizzare ciò che umanamente pare impossibile, la vittoria dell’amore. Per cui vi invito a seguire e vivere con l’intensità della preghiera, in comunione reciproca il triduo pasquale. «Forse non pensavamo che fosse così necessario celebrare insieme i santi misteri»: Andare a Messa era diventata solo una buona abitudine facoltativa, per molti. Ora che le celebrazioni sono impedite dall'emergenza sanitaria, commenta un Vescovo di una grande città del nord: «i credenti hanno percepito che manca la cosa più importante»: celebrare, pregare, cantare insieme, ricevere la comunione. Dunque: «Poter “andare a messa” sarebbe il segno che è tornata la normalità non solo nella libertà di movimento, ma nella convinzione che non si tratta di buone abitudini, di una questione di vita e di morte. Il pane della vita non è infatti una bella frase, ma la rivelazione che senza Gesù non possiamo fare niente». La nostra Pasqua, come del resto quasi tutta la quaresima, l’abbiamo vissuta più in casa che in ...

L’Italia oggi, tra “paradure” e privilegi

di Giuseppe Pisano* ______________________ Prendo lo spunto dalla nota generosità dei sardi e dall’antica usanza della “paradura”: questa, come sappiamo, è l’arte antica di colmare i vuoti e nacque nell’ambiente agropastorale, quale forma di sostegno che vedeva mobilitati tutti gli allevatori quando uno di essi, per furto o calamità naturali, perdeva il suo gregge. Chi non ricorda “sa paradura” dei pastori sardi che nel 2017 donarono 1000 pecore ai colleghi di Cascia, ai quali il terremoto decimò buona parte delle loro greggi e chi non ricorda, nell’anno successivo, “sa paradura di ritorno” dei pastori umbri che donarono, ai colleghi sardi, 1000 agnelli nati dalle pecore ricevute in dono l’anno prima. Dietro una così ammirevole generosità vi erano anche ragioni di economia politica, in quanto i pastori Anche l’Italia di questi giorni ha mostrato grande solidarietà da parte di imprenditori, artisti, professionisti, semplici cittadini che, con i loro gesti, tra donazioni e volontariato attivo, hanno contribuito a rendere meno difficile questo momento, ma c’è una parte degli italiani di cui oramai in tanti vanno parlando. I privilegiati. In un contesto famigliare monoreddito in cui il capofamiglia perde il lavoro, può costui continuare a far godere i propri cari del privilegio di andare in pizzeria una volta al mese? Ragioni di innegabile e basilare economia politica imporrebbero una rinuncia. Ma allo stesso modo, venendo alla nostra Italia, come pensiamo di poter andare avanti ed evitare che lo “stivale” affondi se non si mette mano alla spesa iniziando, in omaggio al principio solidaristico della “paradura”, non solo a ridurre gli sprechi, ma a livellare le retribuzioni di una parte dei dipendenti pubblici che, almeno in questo contesto, sono un nota stonata ma, soprattutto, non sono sostenibili, tanto più nella prospettiva di dover necessariamente dirottare risorse per garantire la ripresa economica? Sia ben chiaro che nell’Italia di ieri certe retribuzioni potevano trovare anche la loro giustificazione, considerato il diverso contesto economico, ma in quest’ultimo decennio queste hanno di certo contribuito ad appesantire un sistema già al collasso. Ecco solo alcuni esempi: un europarlamentare percepisce tra i 16.000 e i 19.000 euro lordi al mese, circa il doppio di quanto percepivano gli omologhi inglesi; sempre su base mensile un senatore percepisce 14.634,89 euro netti; un deputato 13.971,35 euro netti; un magistrato con vent’anni di carriera – si parla dei cinquantenni - circa 5.800 euro; un magistrato di Corte d’Appello 7.000 euro; un magistrato di Cassazione tra gli 8.000 e i 15.000 euro; i magistrati della Corte Costituzionale percepiscono tra i 360.000 e i 500.000 euro all’anno. Sebbene il Quirinale abbia ancora dei costi molto elevati, almeno il nostro presidente Mattarella, che percepiva la somma annua di 240.000 lordi per ricoprire la prima carica dello stato e quella lorda an ...

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