Roberto Loddi[/caption]
“Semel in anno licet insanire”, una volta all’anno è lecito festeggiare. Un sapiente suggerimento lasciatoci in eredità dagli antichi latini e, come non dare ascolto ai nostri progenitori che di feste se ne intendevano? Il Carnevale infatti nell’antica Roma era una di quelle feste che duravano settimane e si festeggiavano per giorni e giorni fino al limite delle proprie forze.
Il Carnevale come lo conosciamo noi risale al periodo medioevale ed il termine ha come fondamento la privazione della carne: “carnem levare”, che designa il giorno o i giorni che precedono la quaresima. Le sue origini però affondano le radici nelle antiche usanze pagane come i saturnali e i lupercali.
A seconda dei luoghi a inizio a Capodanno, all'Epifania, o alla Candelora (festa della purificazione della Vergine - 2 febbraio -, in cui si effettua la benedizione delle candele) e culmina nei giorni definiti “grassi”, dal giovedì al martedì prima delle Ceneri.
A partire dal Quattrocento, il Carnevale ha registrato sostanziali cambiamenti. Dopo i tentativi di moralizzazione ad opera di estremisti come il Savonarola, la controriforma con il suo tentativo di rinnovamento spirituale, parte del clero cercò di sopprimere questa festa dal profilo troppo pagano. Nella storia, il Carnevale, ha stimolato la nascita di celebrazioni con la forma di agonismo, in cui avvenivano lotte fra varie zone di una stessa città, quartieri, rioni, come ancor oggi avviene ad esempio nella battaglia delle arance di Ivrea, o fra classi sociali diverse. Così durante il Carnevale si innescavano le scaramucce fra rioni cittadini, in cui i gruppi si affrontavano a colpi di sassi e bastoni, fortunatamente oggi sostituiti con materiali meno pericolosi, da coriandoli e stelle filanti, decisamente meno pesanti, riducendo così di molto la possibilità di farsi male.
Il Carnevale è senz’altro la festa più allegra dell’anno. La più attesa dai bambini e la più trasgressiva per i grandi. Varie sono le tradizioni popolari legate a questo periodo dell’anno e in ciascuno dei diversi paesi del mondo ci si ispira a miti, a leggende, o a rituali pagani e religiosi. Nel nostro Paese le manifestazioni “carnevalesche” si sprecano, colorando e risvegliando le vie di ogni città. Anche a livello gastronomico in Italia si hanno innumerevoli tradizioni, che rispecchiano pienamente lo spirito di tale festa.
Ogni regione vanta ricette gastronomiche particolari e secolari, ma soprattutto nel “dolce” si nota una singolare voglia di evasione e di trasgressione e, non a caso le ricette caratteristiche seppur con varianti minime, vedono al primo posto i dolci fritti. Le frittelle in origine erano le frictilia, goderecci dolci fritti nel grasso e addolciti con il miele, infatti le attuali bugie - chiacchiere, dolci tipici di ogni festa carnevalesca, sono di origine romana e, Marco Gavio Apicio, il ricco festaiolo e gastronomo, vissuto nella Roma del I secolo dopo Cristo, nel suo “De re coquinaria” le descrive così: “Frittelle a base di uova e farina di farro tagliate a bocconcini, fritte nello strutto e poi tuffate nel miele”.
Una storia fa risalire il nome delle “chiacchiere” alla Regina Margherita Maria Teresa Giovanna di Savoia, la quale amava assai chiacchierare con il personale di servizio. Un giorno dopo la solita chiacchierata, avvertì un certo languorino, così chiese al suo cuciniere di prepararle qualcosa di dolce, il quale inventò un impasto utilizzando farina, uova, burro, grasso per friggere e zucchero, ottenendo delle frittelle a dir poco ghiottose. Il cuoco lusingato per i complimenti ricevuti, decise di chiamare le frittelle: chiacchiere, in onore della Regina chiacchierona.
Un’altra bizzarra curiosità popolare narra che: “fritto è buono tutto, anche l’aria che si respira”, ma è certamente lo zucchero caramellato e dorato dall’olio ad alta temperatura a trasformare anche il più semplice impasto in qualcosa di irresistibilmente stuzzicante e profumato.
Tuttavia la festa del Carnevale non è tale se non è colorata da stelle filanti e coriandoli. Molto tempo fa i coriandoli erano fatti con i semi di una pianta chiamata, appunto, “coriandolo”. Questi semi venivano tuffati nel gesso liquido e poi lasciati seccare, così assomigliavano a confetti, fatti apposta per essere lanciati dall'alto dei carri allegorici o da balconi e finestre. I primi coriandoli di carta furono forse inventati da un milanese che li distribuì ad una festa di carnevale per bambini. In Italia le sfilate carnevalesche sono disputate e contese da città come Venezia, Viareggio, Bologna, Ivrea, solo per citarne alcune. In Sardegna la festa è attesa con trepidazione da tutti e in ogni paese dell’Isola si ripropongono antichi riti e usanze, con esibizioni che regalano emozioni e allegria, così come accade per il Carnevale Crannovalli, Carrasegai, su Carresecare di Narbolia, giunto alla diciottesima edizione.
Narbolia è un paese poco distante dal mare di circa 1750 abitanti, in provincia di Oristano. Il nome deriva da malva arborea Narbonia, però i narboliesi lo chiamano Narbolia, Narabuia. C’è anche chi fa discendere l’origine del nome da Nurapolis, città dei nuraghi. I primi abitanti del luogo risalgono al prenuragico e nuragico. Durante il Medioevo fece parte del giudicato di Arborea, per passare poi nella amministrazione di Parte Milis.
Nel 1420, periodo di declino del giudicato, venne inglobato nel marchesato di Oristano e nel 1478, dopo la disfatta degli arborensi, al regno di Sardegna aragonese. Più avanti il paese viene assorbito dal marchesato d’Arcais, territorio dominato dai Flores Nurra. Nel 1623 subì delle atroci crudeltà da parte di predoni del mare, i quali misero in ginocchio la comunità che venne poi salvata dai seneghesi. Nel 1839 Narbolia con l’abolizione del regime viene svincolato.
Oggi Narbolia è un paese dedito in parte all’agricoltura con le coltivazioni di frumento, cereali, foraggi, che insieme alla viticultura, olivicoltura e l’ortofrutta, sono fonte di reddito per gli abitanti. Altre risorse sono legate all’allevamento del bestiame, all’estrazione del sughero e al turismo richiamato dalla meravigliosa spiaggia di - is arenas - bryniols -.
In paese ogni anno si svolgono diverse feste e sagre, tra le quali: la festa di San Pietro apostolo e il Carnevale, per il quale la Pro Loco (mi è gradito ringraziare la signora Maria Ignazia Dessì, presidente della Pro Loco di Narbolia, per le preziose informazioni e per la concessione della foto postata) si presta sia all’organizzazione che alla riuscita della manifestazione, con la preparazione degli assaggi gratuiti di “zipole” da offrire ai partecipanti zipuas a bentu, zipole di Narbolia da “zipolare” con una sola p, zippuasa, zippulas, tzipulas, frisciolas, cattas, frisjoli longhi, frisgiori longhi, frittura araba. Questi non sono altro che una parte dei nomi più conosciuti delle frittelle in dialetto sardo.
L’importante che tutte siano fritte al punto giusto. Perché… friggere è un’arte.
Ingredientis:
g 500 di farina di grano sardo, g 200 di latte di pecora, g 50 di strutto - oll’e proccu -, g 125 di lievito madre oppure g 20 di lievito di birra fresco, un cucchiaino di zucchero comune , 3 uova, 2 patate vecchie, 1 limone giallo, 1 arancio e 2 mandarini non trattati, 1 bicchierino di acquavite - filu e ferru - o liquore a piacere, olio per friggere, zucchero per cospargere i dolci, sale q.b.
Approntadura:
In un recipiente capiente - cunchuiditta - scivedda - xivedda - sbatti le uova, aggiungi il lievito madre - su fromentu - o il lievito di birra sciolto in poco latte tiepido e un cucchiaino di zucchero, lo strutto a temperatura ambiente, il liquore e comincia ad incorporare la farina evitando che si formino grumi. Lavora l'impasto accuratamente, aggiungi quindi una presa di sale, le patate prima lessate, poi passate allo schiacciapatate e mentre le incorpori, aiutati con il restante latte (potrebbe servirne meno della dose indicata) unito poco alla volta. Fatto, lavora bene il composto (anche se all'inizio si appiccicherà molto alle mani, ma dopo risulterà sempre più liscio ed elastico e si staccherà più facilmente sia dalle mani che dalle pareti della conca) aggiungendo la scorza degli agrumi e poco alla volta il succo filtrato, solo quando affioreranno delle bolle in superficie, l’impasto è pronto per la lievitazione. Terminata questa operazione, copri il recipiente e ponilo a lievitare in ambiente tiepido (va bene anche dentro al forno spento con la sola luce accesa) e privo di correnti d’aria per quattro ore. Passato il tempo indicato, la pasta avrà raddoppiato il suo volume e raggiunto la giusta acidità, perciò con le mani leggermente unte di olio preleva parte della pasta, bucala con il pollice e l’indice ed allargando bene il foro tuffa le frittelle poche alla volta in abbondante olio bollente, subito dopo infila nel buco della “zipola” il manico di un mestolo di legno, fallo roteare velocemente per fare in modo che rimanga largo e tondo e procedi in questo modo fino al termine dell’impasto. Man mano che le frittelle - is zipulas - risulteranno gonfie e dorate da ambo le parti, scolale su dei fogli di carta assorbente per alimenti a perdere l’unto in eccesso, dopodiché falle ruzzolare nello zucchero, scrollale per togliere quello che eccede e servile ancora calde, ma sono buone anche temperatura ambiente. Vino consigliato: Vernaccia di Oristano dolce, dal sapore fine, sottile, caldo e asciutto con leggero retrogusto di mandorle amare.
© Riproduzione riservata