Villamar, incontro con Lalli Pohis, autore del libro “Diset”


di Simone Muscas
Si chiama Roberto Locci, ma utilizza il nome d’arte di Lalli Pohis. Lo abbiamo incontrato per conoscere “Diset”, il suo ultimo libro che l’autore, di recente, ha pubblicato e presentato al pubblico.  Diset è un libro che parla di? Si tratta di un romanzo incentrato su Cecilia: attorno alla sua vita, vissuta in una piccola realtà di paese, ruotano vicende che riguardano fatti e persone. La protagonista ha talento per il canto, tuttavia, durante l’evolversi di questa sua passione, incontrerà delle difficoltà.  Quali? I classici drammi del nostro tempo: depressione, violenza sulle donne e bullismo. Temi di cui credo non se ne parli mai abbastanza e, quando lo si fa, spesso non con la giusta delicatezza.  Qual è il motivo che spinge a non argomentarne nelle giuste misure? Perché viviamo in una società dove, talvolta, sembra contare più la forma che la sostanza: fra l’altro il concetto di immagine fine a sé stessa, ciò che porta le persone più ad “apparire” che non “a essere”, è uno dei temi che tratto nel romanzo.  Scrive questo libro perché? Per condividere emozioni e riflessioni. Lo scrivere, infatti, è per me pura emozione positiva, la mia ragione di vita.  Condividere sentimenti: come ci riesce? Come ogni artista prendo spunto da qualsiasi situazione, un po’ come se guardassi delle persone dalla finestra: le osservo, ne descrivo le situazioni e, nel mio piccolo, cerco di captare le emozioni che ne scaturiscono dagli episodi che queste vivono. Un aspetto che emerge dal suo libro è il concetto di giudizio in cui si trova spazio, implicitamente, anche il l’idea di pregiudizio: due elementi che, talvolta, sono una zavorra per il “quieto vivere” delle persone. In Diset tocco queste tematiche, non solo in forma descrittiva, ma anche provando a proporre soluzioni per superare le criticità. Nel libro mi faccio portatore di idee affinché, quante più persone possibili, riflettano sulle questioni scomode da affrontare anziché voltare la faccia dall’altra parte.  Bell’intento: ma come si fa? La mia ricetta ha sempre un solo ingrediente: coltivare la propria vita e i propri sogni con quanto più amore possibile. Il mio romanzo, a tal proposito, racconta la storia di un giornalista cattivo e polemico che, ammaliato dal talento della protagonista, a un certo punto si redime dalle sua eccessiva severità nel giudizio verso il prossimo. Cito questo passaggio per sottolineare un concetto, implicito nel “bisogno di amore, a cui tengo: per imparare ad amare non è mai troppo tardi. Dalle sue parole traspare un forte bisogno della società a elevarsi. C'è necessità di abbandonare certe storture inqualificabili: ci sono temi, molti dei quali attuali, di cui si dovrebbe parlare di più. Prendiamo un recente fatto, quello dell’omicidio di Willie: si tratta di un gesto deplorevole secondo me figlio del fatto che non si dà la giusta attenzione ai troppi limiti di tanti. C’è bisogno di crescere: un ambiente lo si eleva quando lo si nutre di bontà ed energia positiva e non di invidia, gelosia e chiacchiericcio inutile.  Quanto c'è di autobiografico nel suo libro? La storia è un puzzle di situazioni di vita inventate, ma racconta anche di fatti vissuti in prima persona. Forse anche per questo motivo, negli ultimi quattro anni in cui l’ho scritto, mi ci sono immerso cuore e anima alla sua stesura. Una parte del ricavato verrà devoluto alla fondazione De Rigo che si occupa di supporto ai giovani fragili emotivamente. Sì. Ho preso questa decisione perché vorrei che i miei messaggi non si fermassero alle sole parole, ma diventassero utili, seppur con un piccolo gesto, anche dal punto di vista più pratico. Una buona iniziativa: alla faccia del giudizio non sempre benevolo che talvolta si ha verso chi si impegna per una società migliore. Preferisco ragionare al contrario: alla faccia di chi vorrà inseguire il mio pensiero positivo.

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