Villamar, il murale della mietitura


Quando l’arte di un provetto pittore restituisce dignità al lavoro dei campi. Un omaggio alla terra e alla memoria della comunità
Villamar, il murale della mietitura

Nel suggestivo cortile della Casa Piras, sapientemente recuperato e carico di memoria, si è svolta la presentazione dei due volumi Gente di casa – Storie di vicinato di Albertina Piras, accompagnata da una interessante mostra di scultura di artisti locali e regionali. Nello stesso pomeriggio è stato inaugurato anche il nuovo murale di Fernando Marrocu, un’opera fortemente voluta da Albertina Piras e capace di restituire, con grande forza evocativa, un quadro autentico della vita rurale della prima parte del secolo scorso.

Il murale, affacciato sull’ampio cortile che un tempo appartenne alla famiglia Aymerich, affronta il tema della mietitura, rappresentando non solo il lavoro nei campi, ma anche la vita dell’aia: i gesti, gli strumenti, la fatica e la ritualità che accompagnavano la raccolta del grano duro, in particolare della varietà Cappelli. Il grano Cappelli, selezionato nel 1915 dal genetista Nazareno Strampelli e dedicato al senatore Raffaele Cappelli, è una delle varietà più identitarie della cerealicoltura italiana. La sua presenza nel murale richiama un mondo agricolo fatto di competenze tramandate, stagioni scandite dal lavoro e una comunità che nel grano trovava la base della propria economia.

L’opera di Marrocu è profondamente identitaria: racconta in immagini ciò che per generazioni ha rappresentato il cuore della vita comunitaria dell’intera Marmilla. Particolarmente significativa è la trebbiatrice, simbolo di innovazione per l’epoca, che richiama alla memoria della famiglia Piras l’intera sequenza di passaggi necessari per portare il grano a casa, un ciclo fondato su lavoro condiviso, solidarietà e abilità tecniche.

Per decenni la trebbia è stata protagonista delle campagne cerealicole, segnando un grande passo avanti rispetto alla battitura del grano sull’aia, un tempo effettuata con una pietra trainata da cavalli o buoi e, più tardi, con i primi mezzi meccanici. Con l’arrivo della mietitrebbia, che univa in un’unica macchina mietitura e trebbiatura, i tempi di lavoro si ridussero drasticamente, diminuì la fatica fisica e l’intera filiera agricola divenne più efficiente, trasformando profondamente l’organizzazione del lavoro nei campi.

Nel nuovo murale domina un paesaggio rurale che guarda lontano e parla con immediatezza: il paesaggio, il grano, la donna e l’uomo diventano i protagonisti di una scena che restituisce l’essenza della vita contadina. Le spighe mature, il gesto del lavoro e la presenza armoniosa delle figure umane compongono un racconto visivo che unisce memoria, identità e quotidianità.

Con questa opera, Marrocu ricorda a grandi e piccoli una verità semplice ma spesso dimenticata: mangiare è, prima di tutto, un atto agricolo. Ogni pane, ogni piatto, ogni alimento nasce dal lavoro della terra e dalle mani di chi la coltiva. Il murale diventa così non solo un omaggio al passato, ma anche un invito a riconoscere il valore del mondo rurale di oggi e di chi lo anima ogni giorno.

Resta però un dato amaro: nonostante il suo valore economico, culturale e simbolico, il grano continua a essere inspiegabilmente sottopagato. Il prezzo riconosciuto ai produttori è spesso lontano dai costi reali di produzione e dal ruolo fondamentale che il grano svolge nella nostra alimentazione e nella nostra storia. Anche per questo il murale assume un forte significato evocativo ed educativo: ricorda ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che rischiamo di perdere.

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