Villamar, addio a don Andrea Curreli, sacerdote a Bergamo, colpito dal Coronavirus


di Simone Muscas
Lo scorso 15 marzo è venuto a mancare don Andrea Curreli. Da tempo abitava a Bergamo: non è riuscito a vincere la battaglia contro il coronavirus, la malattia che sta mietendo vittime in tutto il mondo e che sta trovando terreno fertile , in particolare, nel bergamasco. Aveva 84 anni ed era nato a Villamar: di lui avevamo parlato qualche anno fa in occasione dei suoi cinquant’anni di sacerdozio. In quell’occasione don Andrea raccontò della sua esperienza professionale al servizio della Chiesa. «Era il 4 ottobre 1949 quando, con altri quattro ragazzi di Villamar, iniziò la mia avventura in seminario e la mia conoscenza con Dio» sottolineò in quell’intervista a La Gazzetta del Medio Campidano di quattro anni fa e nella quale mise in risalto proprio come lo stesso Dio avesse disposto verso di lui una vita attraverso la quale potesse ricambiare a vantaggio di tanti altri quel beneficio ricevuto. «Sono felice di quanto finora sono riuscito a fare io in qualità di religioso e sacerdote» spiegò il parroco sempre in quell’occasione «ma anche per quello che l’esercizio di questo ministero mi ha dato. Mi sono continuamente messo in gioco, ho sempre accettato le mansioni che mi sono state assegnate». Sempre in quel frangente non mancò di evidenziare, nonostante i tanti anni distante da casa, il suo amore per il suo paese natio: «Dopo tre giorni dalla mia ordinazione come sacerdote, celebrai la mia prima messa proprio a Villamar» ci raccontò con un pizzico di orgoglio don Andrea «Era il 3 luglio del 1966: non potevo che omaggiare il mio cinquantesimo anniversario con una messa proprio nel mio paese di nascita. Non ho mai dimenticato le mie origini e il mio paese natale: l’ho sempre portato dentro al mio cuore nonostante me ne sia dovuto staccare materialmente da parecchi decenni». La nipote, Michela Curreli, lo ricorda con un pizzico di commozione: «Era un uomo dalla grande bontà d’animo, con un’immensa cultura, che parlava benissimo inglese e, soprattutto, sempre con la voglia di imparare e conoscere cose nuove con una mentalità aperta verso tutto e tutti. Gli ultimi due anni della sua vita non sono stati facili: ha dovuto prima affrontare un ictus dal quale è riuscito a riprendersi brillantemente e poi un nuovo intervento per una seconda patologia intervento: nonostante l’inevitabile sofferenza fisica è stato sempre positivo mettendo nelle mani Dio la sua vita». «La cosa più triste però» ha concluso Michela «è che non sia riuscito a vincere contro questo maledetto virus: è morto solo e senza che qualcuno gli sia potuto stare accanto nei suoi ultimi momenti di vita. È stato, oltretutto, tumulato da solo. Proprio per questo non vediamo l’ora che questa pandemia possa finire per poterlo riportare nella casa dei suoi genitori come lui, sempre, ha desiderato».

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