Classe 2004, diplomato in informatica, Alberto Murgia ha scelto di vivere questi anni della sua giovinezza in profondo contatto con la natura. Particolarmente riservato e umile, coltiva una passione autentica per la corsa, la bici e la montagna. È rientrato da poco da una delle sue più recenti escursioni estreme nel Supramonte di Baunei e noi lo abbiamo intervistato per farci raccontare il percorso personale che lo ha portato a dedicarsi con intensità al mondo dell’avventura e dell’esplorazione outdoor. Per chi non ti conosce, chi è Alberto Murgia e qual è il percorso che ti ha portato fin qui? «Sono un ragazzo di 22 anni, appassionato di sport, natura e avventura. Ho iniziato a frequentare la montagna a 16 anni, quasi per caso, facendo giri in bici che inizialmente erano poco più che allenamenti. Col tempo, però, quelle uscite sono diventate molto di più. Mi hanno permesso di scoprire posti che ignoravo completamente, dall’acqua delle cascate alle cime dietro casa. Da lì mi sono avvicinato a tutte le discipline legate alla montagna: trekking, corsa, arrampicata, percorsi attrezzati, bici… È stato un percorso naturale, fatto di curiosità e voglia di esplorare». Come ti definiresti oggi? «Semplicemente un ragazzo che prova a seguire i propri sogni e a raggiungere i suoi obiettivi». Com’è nata la tua passione per l’avventura? Quanto ha influito il territorio del Linas? «Tutto è nato pedalando. Poi è arrivato il passo lento del trekking e l’adrenalina dell’arrampicata. Ogni nuova attività mi regalava emozioni diverse e mi faceva innamorare sempre di più della vita all’aria aperta. Il Linas ha avuto un ruolo enorme. Inizialmente non conoscevo nessuno con cui andare e i sentieri non erano ben segnati. Questo mi ha costretto a imparare da solo, a orientarmi, a perdermi e ritrovarmi. È un territorio selvaggio e formativo, molto diverso dai percorsi super tracciati che si trovano altrove. Quel tipo di difficoltà, fin dall’inizio, ti tempra e ti insegna a prepararti sul serio».
C’è un momento preciso in cui hai capito che questa sarebbe stata la tua strada?
«Sì, il mio primo viaggio in Norvegia, a 18 anni. Appena diplomato ho preso un Interrail e ho attraversato da solo le Isole Lofoten in 20 giorni di trekking, circa 250 km. Era il mio primo viaggio completamente in solitaria, fuori dall’Italia. Nonostante la pioggia per 16 giorni su 20, i sentieri infangati e le difficoltà quotidiane, quella esperienza mi ha fatto capire che era proprio ciò che volevo fare: vivere la montagna, affrontare gli elementi, scoprire se ero capace di cavarmela. È stato incredibile».
Qual è stata l’esperienza più difficile, o più “folle”, che hai affrontato finora?
«Sicuramente il viaggio verso Capo Nord. È stato il più lungo - sei mesi - e l’ho affrontato in inverno, in pieno clima artico. Ho toccato i -32°C con venti fortissimi. Partire per un’avventura così, senza sapere se avrei retto quelle condizioni, è stato un salto nel vuoto. Tornare a casa dopo avercela fatta mi ha dato una consapevolezza enorme. Dal punto di vista umano, poi, è stato commovente vedere quanta ospitalità ci sia nel mondo. La maggior parte delle persone che ho incontrato mi ha accolto, sfamato, offerto un letto caldo. È stata la parte più bella del viaggio».
Quanta pianificazione e quanta improvvisazione ci sono nelle tue avventure?
«Dipende. Nei viaggi impegnativi, soprattutto quelli invernali, pianifico tantissimo, studio per mesi tutto ciò che potrebbe servire. In Sardegna, o in luoghi che conosco bene, lascio più spazio all’improvvisazione. Sul campo ci si arrangia sempre, ma se la preparazione è solida tutto diventa più semplice».
Hai mai provato paura? Che rapporto hai con essa?
«Sì, diverse volte. Durante una bufera di neve tra Finlandia e Norvegia, con 22 ore di buio al giorno, ho provato più ansia che paura. Non sapevo cosa avrei trovato, né se sarei riuscito a concludere la giornata. Paradossalmente, le paure più “vere” le vivo più spesso in città per via del traffico o delle auto che ti sfiorano. La montagna, invece, con il tempo, ti insegna a gestire la paura. Ogni esperienza difficile aumenta la confidenza e la consapevolezza dei propri limiti».
Ogni volta che torni in montagna, cosa ti insegna?
«Mi insegna quanto poco basta per essere felici. Una giornata fuori, con quasi niente, può valere più di mille comodità. E mi ricorda sempre chi sono e cosa mi fa stare bene».
Come riesci a sostenere economicamente questo stile di vita?
«Lavoro con attività stagionali e occasionali, spesso come guida. Ho costi molto bassi perché viaggio sempre in tenda, cucino da solo e mi sposto a piedi o in bici. L’attrezzatura è la spesa più grande, ma compro quasi tutto usato o la riparo in autonomia. È uno stile di viaggio low budget, scomodo ma sostenibile. Per ora vivo così: lavoro, parto, torno, pianifico, riparto. Chiaramente questo ritmo non potrà andare avanti per sempre, quindi sto cercando di capire come strutturare meglio il futuro».
Stai preparando nuove avventure? Quali sono i tuoi prossimi sogni?
«Sì, ho diversi progetti ma per ora preferisco tenerli ancora riservati. Posso solo dire che sto cercando di ampliare gli stili di avventura: non più solo bici o trekking, ma anche kayak, arrampicata, nuovi mezzi e nuovi modi di vivere la natura».
Che consiglio daresti a chi sogna di vivere la montagna con la tua autenticità?
«Di viverla con semplicità, senza farsi influenzare da nessuno. Di fare esperienze sia in compagnia che in solitaria, perché insegnano cose diverse. E soprattutto di procedere per gradi costruendo la propria esperienza passo dopo passo, senza forzare e senza imitare per forza gli altri. Ognuno ha il suo modo di vivere l’avventura. L’importante è iniziare e vedere cosa succede».
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