Variazioni climatiche, grattacapi per i viticoltori


Tempo fa pubblicammo un articolo dal titolo “Plasmopara Viticola, se la conosci la previeni”, nel quale accennammo succintamente al ciclo biologico del fungo, agente patogeno responsabile della “Peronospora della vite”, alla famosa regola del tre 10, alla sua prevenzione e ai sistemi di lotta più elementari, da qualche tempo in uso secondo le tradizioni locali, aspetti che, presupponiamo, costituiscano ormai patrimonio culturale consolidato da parte di ciascun viticoltore. In questa fase, invece, preso atto dell’imprevedibile metamorfosi climatica che ha stravolto la tanto apprezzata primavera, oltre a privarci di quei tepori e di quei profumi cui eravamo abituati, ha creato seri problemi ai viticoltori, letteralmente spiazzati dalle condizioni atmosferiche del tutto eccezionali, improprie per il nostro territorio. A fare le spese di tali mutamenti climatici sono state le colture agrarie e, in modo particolare il settore viticolo. Proprio sui problemi che investono ora quest’ultimo settore, cercheremo di soffermarci sui sistemi di lotta possibili contro la “Plasmopora viticola”, nella speranza di vincere la battaglia che, fino al momento, vede primeggiare il fungo rispetto ai tanti sacrifici dei viticoltori. Entriamo subito in argomento, quindi, ricordando che i sistemi di lotta attuali, si dividono in sistemi “Sistemi preventivi”, mediante l’uso di fungicidi di copertura e “Sistemi preventivi-curativi” mediante l’impiego di prodotti endoterapici, in particolare: A- Fungicidi di copertura, che comprendono i prodotti usati fin dai tempi più remoti, quali Zolfo (semplice o ramato) e Rame (sotto forma di ossicloruri, solfati, ossidi o idrossidi). Tali prodotti svolgono essenzialmente una funzione preventiva, peraltro abbastanza parziale poiché costituiscono una barriera di difesa dal fungo, solamente nelle parti della pianta raggiunte dal prodotto. In conseguenza di ciò, non avendo tale fungicida la capacità di agire all’interno dei tessuti, resteranno senza copertura, sia le parti interne non investite dal prodotto e sia la nuova vegetazione. Tali prodotti sono facilmente dilavabili e degradabili; basta una pioggia di circa 20 mm o uno scroscio limitato ma intenso, per comprometterne l’efficacia. In regime di normalità l’intervallo fra i trattamenti non deve superare i 7/10 gg. B- Fungicidi endoterapici, così definiti perché capaci di penetrare all’interno dei tessuti della pianta. Tali fungicidi, proprio sulla capacità di aggredire il fungo in modo diverso, sono ulteriormente suddivisi in due sottoclassi: B1- Fungicidi citotropici, che penetrando all’interno dei tessuti della foglia, compiono un movimento transalaminare passando dalla pagina superiore alla pagina inferiore della stessa. Ovviamente la loro azione è limitata alla sola zona in cui si sono depositati, restando scoperta da protezione la parte non investita dal trattamento, oltre alla nuova vegetazione; B2- Fungicidi sistemici, invece, sono quei prodotti endoterapici che, assorbiti dalla pianta, vanno in circolazione con la linfa, proteggendo tutte le parti della stessa, compresa la nuova vegetazione, per un periodo di 12/15 giorni. Gli uni e gli altri, per essere assorbiti regolarmente dalla pianta, hanno necessità di un periodo compreso fra le due e le tre ore; una pioggia sopraggiunta durante tale periodo può produrre il dilavamento del prodotto. Il mercato attuale offre numerosissimi prodotti concernenti le suddette tipologie, con diversi principi attivi ai quali corrisponde un nome commerciale attribuito dai relativi produttori. Conoscendo le caratteristiche di ciascuno, spetterà al viticoltore fare la scelta che riterrà più opportuna riguardo alle esigenze della propria azienda. A noi il compito di ricordare che, qualunque sia la scelta, è importante rispettare le indicazioni contenute nell’etichetta di ogni singolo prodotto; ciò non solo per quanto concerne la sua tossicità nei confronti dell’uomo e degli animali, ma anche per quanto concerne le dosi indicate e il calendario dei trattamenti. A tal proposito appare opportuno focalizzare l’attenzione del viticoltore sul fatto che l’adozione di un calendario improprio o l’impiego di dosi diverse da quelle indicate dal produttore, possono creare dei ceppi resistenti al principio attivo che vanificheranno il successivo impiego del prodotto. Per questi motivi, oltre a prestare attenzione ai suddetti suggerimenti, specie nelle condizioni ricorrenti nell’annata in corso, si consiglia di cambiare spesso il principio attivo e di prestare attenzione anche all’eccessivo utilizzo del rame negli interventi, specie di fine ciclo, per via della sua pericolosità per l’uomo. Il persistere delle attuali condizioni climatiche, che hanno portato a una eccezionale diffusione della peronospora, costringono il viticoltore a non abbassare la guardia neanche nei confronti delle altre malattie crittogamiche, proprie di questo periodo. Fra queste, merita particolare attenzione “l’Oidio” o “Pesta Niedda”, secondo la nomenclatura locale. Il fungo, causa di tale avversità, è denominato “Erysiphe Necator” che, in determinate annate, può determinare danni di gran lunga superiori a quelli prodotti dalla Peronospora. Contrariamente a questa ultima che, si ricorda, è originata dalla sussistenza delle condizioni previste dalla nota regola del tre 10, le condizioni climatiche non costituiscono in genere un fattore limitante per l’Oidio. Il fungo, infatti, che prolifera anche in condizioni di umidità relativa assai basse, non si riproduce in presenza di temperature intorno a 32/35° C. e muore del tutto con temperature superiori a 40° C. L’Oidio attacca solo gli organi verdi della pianta, determinando così una consistente diminuzione della “fotosintesi clorofilliana”, con le conseguente facilmente immaginabili. Agisce negativamente sulla quantità e sulla qualità del prodotto e, specie in fase di maturazione, favorisce l’attacco di un altro fungo: “Botrytis Cinerea”, nota come “Muffa Grigia” o“Pesta Murra” che, agendo sugli zuccheri contenuti nell’acino, può avere serie ripercussioni nel vino prodotto, generando una delle anomalie più note, quale la “Casse Ossidasica”. Non ci dilungheremo sul ciclo biologico specifico della malattia, ben noto alla totalità dei viticoltori. Ci preme ricordare, tuttavia, che il fungo sverna prevalentemente incastrato fra le crepe della corteccia o all’interno delle gemme in riposo le quali, al risveglio vegetativo, originano germogli rattrappiti di colore grigiastro, da cui parte l’infestazione. Di ciò si dovrebbe tener conto, senza attendere la comparsa della nota pruina grigiastra sugli acini o, prima ancora, sui grappoli in fioritura. Per quanto concerne i sistemi di lotta, si confermano le indicazioni di massima fornite per la Peronospora. Ci limitiamo a chiarire che il principale antioidico “Di copertura”, da sempre usato è lo Zolfo. Questo prodotto agisce sotto forma di vapore, in stretta connessione con la temperatura ambientale: maggiore è la temperatura ambientale e maggiore sarà l’attività antifungina, anche se minore sarà la sua durata nel tempo della sua efficacia, per effetto del processo prima descritto. Si precisa che in presenza di temperature inferiori ai 20° C., la sua efficacia sarà ridotta, fino a essere totale per temperature inferiori a 10° C. Al contrario, temperature superiori a 30/32° C., possono creare problemi di fitotossicità. Nei casi di temperature inferiori ai 20° C., è consigliato l’impiego di un nuovo prodotto microbiologico (formulato AQ10), che agisce già a temperature di 12°C. In tutti gli altri casi, specie per infestazioni gravi, si consiglia l’impiego dei “Sistemici”, senza dimenticare la raccomandazione fatta circa il rispetto delle dosi e dei calendari, onde impedire la formazione di ceppi resistenti ai principi attivi in uso. Nella speranza di aver fornito un succinto supporto al viticoltore, ci riserviamo di affrontare, in seguito, le altre avversità della vite. Francesco Diana  

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