Un’esperienza che ti cambia la vita


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>La mattina del 6 ottobre 2014, sulla statale 197 tra Guspini e San Gavino, due auto, una Ford Fiesta e una Panda, si scontrarono all’altezza del bivio Pabillonis - Gonnosfanadiga. I due conducenti, una donna e un uomo, rimasero seriamente feriti. Ad avere la peggio, e quasi in condizioni disperate, fu Salvatore Piccardi, di 42 anni di Guspini, dipendente della Isa di Villacidro, che ora ha voluto raccontare la sua esperienza. Al momento dell’incidente stava andando al lavoro. Sì, ero al lavoro, in viaggio diretto a Barcellona, perché mi occupo di acquisti per il Gruppo Isa, e al mio rientro sarei dovuto andare in ferie. Che cosa ricorda dell’incidente. Tutto. Ricordo della macchina che venendomi incontro sbandava da una parte all’altra, io avevo un’altra macchina dietro, per far capire che c’era qualcosa che non andava ho dato un segnale toccando i freni, però lei se ne era già accorta e si era già allontanata da me.Quando ho visto l’auto che mi veniva incontro sulla mia corsia sulla destra ho dato due colpi al guard- rail per buttarmi fuori strada senza riuscirci e ho inchiodato appena superato il guard rail. L’auto si è spostata sulla sinistra e lì mi ha puntato, mi è venuta addosso e mi ha portato circa dieci metri indietro facendomi finire sul guard rail. Anche i momenti seguenti l’impatto e i primi soccorsi? Ricordo che la ragazza nell’auto che procedeva dietro di me è venuta subito a soccorrermi, le ho chiesto dell’acqua, lei mi ha detto di no, di stare tranquillo. Voleva che chiamassi mia moglie, ma ho preferito non farlo. Mi rendevo conto della gravità delle mie condizioni. Le ho dato il numero di telefono dell’azienda, le ho detto di chiedere di mio fratello e se poteva raggiungermi perché mi era successo un incidente. Ho provato a muovere le gambe e le braccia; un braccio era imprigionato tra la sportina e il piantone, dalla vita in giù non sentivo niente. Poco dopo è arrivato mio fratello, mi ha aiutato a liberare la mano, poi è arrivata l’ambulanza, mi hanno fatto una iniezione di antidolorifico e in quel momento rivolgendomi a mio fratello gli ho detto “sto morendo, Roby”. Così ho assistito anche all’intervento dei vigili del fuoco che hanno aperto le portiere per liberarmi, però non c’era niente da fare, allora hanno provato dal portellone posteriore, hanno tolto il sedile, ho preso la mano ad uno di loro supplicandolo di tirarmi fuori. Hanno iniziato a lavorare con le presse, ci hanno messo quasi due ore per liberarmi e in quel momento mi hanno detto “devi stringere i denti, adesso ti tiriamo fuori” e così è stato. Mi hanno caricato sull’ambulanza e ho sentito la dottoressa che ha chiamato direttamente l’ospedale dicendo “apriteci le porte perché non sappiamo se arriva vivo”. Appena arrivato in ospedale mi hanno chiesto come mi chiamavo, ho dato il mio nome e cognome e la data di nascita e poi ho aggiunto “addormentatemi, addormentatemi perché non ce la faccio più”. E così è stato. Prosegue il racconto la moglie Pina Usai. Dopo il ricovero è stato messo in coma farmacologico perché non funzionava più niente. Il medico ortopedico dell’ospedale che lo ha operato ha fatto di tutto per cercare di salvagli le gambe e la vita. Dopo sei ore di intervento stava malissimo. Non si sapeva se ce l’avrebbe fatta. Ho chiesto al medico primario di rianimazione e mi ha risposto: “cosa vuole che le dica. Non stiamo più neanche misurando la febbre perché non si sa a quanto ce l’ha.” Per il forte colpo subìto i reni erano in blocco e avevano iniziato con la dialisi. Anche altri organi avevano risentito del forte impatto, e ci sono volute diverse trasfusioni per la forte perdita di sangue. Il secondo giorno i medici, per la gravità delle condizioni, avevano intenzione di trasferirlo al Brotzu di Cagliari per fargli le fasciotomie; siccome gli si erano gonfiate le gambe dovevano aprirle per far respirare il muscolo, ma al Brotzu non lo volevano ricevere perchè si trattava di un paziente che stava per morire. Ma grazie al medico dottor Dedoni e a tutti i medici di San Gavino che hanno chiamato un po’ dappertutto, alla fine al Brotzu lo hanno accettato. Qui lo volevano risvegliare dopo nove giorni e al risveglio gli è venuta una forte infezione al sangue e l’hanno dovuto mettere in una camera sterile con la febbre altissima. Anche in quel momento ho pensato che stesse per morire, mentre i medici mi dicevano che non potevano fare altro, e che per combattere l’infezione era necessario ricorrere alla camera iperbarica dell’ospedale Marino. Ma anche al Marino non lo volevano accettare per la gravità delle condizioni, essendo un paziente che praticamente stava morendo. Si aspettava un medico del Marino per valutare la situazione per poi trasferirlo lì, ma quel giorno non si vide e neanche il mattino dopo, così io e la mia famiglia abbiamo parlato con delle persone vicine a mio marito che hanno contattato il personale del Marino e siamo riusciti a farlo ricoverare in rianimazione. Anche qui è rimasto per due mesi in rianimazione in coma farmacologico. Ogni giorno la dottoressa ci diceva che era stabile, non migliorava né peggiorava, anzi quando il primo giorno chiesi al primario cosa potesse dirmi lui ripose che lo potevo vedere anch’io: tra dialisi e soprattutto l’infezione, che non si sapeva dove e quando si sarebbe potuta fermare. Una volta svegliato dal coma l’hanno mandato in reparto al terzo piano, ma lui era fuori di testa perché era pieno di morfina.Hanno poi deciso di fare l’intervento, anche se aveva ancora l’infezione alla gamba, aveva ancora i ferri in tutt’e due le gambe, l’osso della tibia esposto che ha tenuto così in ospedale per sette mesi pieno di antidepressivi. E poi continua tu - dice guardando il marito - che da questo punto ricordi sicuramente tutto. A mia moglie avevano detto “lo svegliamo perché ha avuto una ischemia cerebrale abbastanza grave. Non aspettatevi niente”. Al momento del risveglio c’era mio fratello, mia moglie, mia sorella e ho chiesto dove erano finiti i soldi che avevo in tasca. Mio fratello mi ha tranquillizzato dicendomi che li aveva recuperati e consegnati all’azienda, soldi che avrei dovuto utilizzare in Spagna per gli acquisti. E da lì è iniziata la mia sofferenza, perché finchè ero addormentato non sentivo niente. Mi è restato impresso soprattutto il momento in cui venivano a curarmi la gamba; poco tempo fa ho incontrato il medico che mi faceva le medicazioni quando avevo l’osso esposto e mi lamentavo per il forte dolore che provavo e lui rispondeva che non gli interessava il mio dolore, provocando una mia reazione; avendolo incontrato dopo tempo gliel’ho ricordato e lui ha detto “a me interessava salvarti la gamba, perché come medico se ascolto i dolori dei pazienti non lavoro”. Al Marino ho fatto un calvario, sono arrivato a pesare 48 chili, poi sono andato in Trentino al Codivilla dove mi hanno operato, mi hanno accorciato la gamba di 12 centimetri e me l’hanno cementificata, ho fatto la spinale e sentivo tutto. Come stavano operando i medici si sono accorti che l’osso si era svuotato e quindi hanno sondato e li ho sentiti parlare tra di loro: ormai la gamba era da amputare. Mi hanno portato in camera, il giorno dopo è venuto un medico spagnolo, mi ha spiegato tutta la situazione e mi ha detto che la gamba era da amputare. Dovevo scegliere, o andare a Milano, non ricordo dove, o tornare in Sardegna per farla amputare lì. Sono rientrato in Sardegna, al Marino; c’era ancora il calvario dell’infezione, mi facevano i prelievi quasi ogni giorno e ogni ora, dai 3 ai 6 prelievi finchè non si fossero trovati tutti gli esiti negativi. E capitava che un giorno ce ne fosse uno positivo e due negativi, mentre il giorno dopo due positivi e uno negativo, e così siamo arrivati fino al mese di maggio, quando un medico mi ha detto “Tore, domani amputiamo la gamba”. Aveva trovato tre tamponi tutti negativi, quindi era il momento di amputare. E mi ha spiegato che se si fosse amputato con l’infezione si sarebbe rischiato di dover intervenire di nuovo per amputarne un altro pezzo finchè non si fosse fermata l’infezione. In sala operatoria sono stato un’ora con il medico chirurgo, abbiamo parlato, ho guardato la gamba e gli ho detto “sono pronto per entrare in sala operatoria”. Ho scelto di fare la totale. Quando mi sono risvegliato ho chiesto che mi sollevassero il lenzuolo e mi sono reso conto di non avere più la gamba. Ed è successo il finimondo. Da lì sono rientrato in reparto, sono continuate le medicazioni ma mi hanno salvato la gamba sinistra, perché anche quella avrebbe potuto essere amputata, tanto era distrutta dall’anca in giù, però mi hanno amputato metà piede. Al settimo giorno è venuto il medico e mi ha detto: “Tore ti mando a casa”. Me lo sono fatto ripetere per tre volte. Ho chiamato subito mia moglie perché venisse a prendermi. Sono stato due mesi a casa allettato, la gamba rigida ingessata, il braccio completamente distrutto, poi a luglio sono stato ricoverato al Santa Maria Bambina di Oristano dove sono stato 6 mesi. E i risultati sono quelli che si vedono oggi: sono seduto in una carrozzina, riesco a fare un paio di passi con la protesi, anche se sarà lunga la riabilitazione. Presto dovrò affrontare un altro intervento alla mano e poi proseguire con il ginocchio e aspettare che si solidifichino tutte le fratture che ho, perché dalle anche in giù è un disastro. Al Santa Maria Bambina sono riusciti a mettermi in piedi; seduto nella carrozzina, non sono autonomo al 100 per cento ma al 60. Mi hanno fatto un trattamento speciale, simile a quelli adottati per il Vietnam e le Torri gemelle, per il trauma che mi portavo addosso, non solo per la perdita di un arto, ma per aver vissuto pienamente l’accaduto e avere il ricordo di tutte le fasi, e poi oltre all’amputazione ho anche l’arto che mi è rimasto che è completamente distrutto, come la mano. Mi hanno seguito e fatto entrare in un percorso che mi ha portato a ragionare, a reagire, mettermi in strada per guardare avanti e addirittura oggi sono in grado di aiutare chi si dovesse trovare in una simile situazione. Interviene la moglie. Lo hanno aiutato, però lui ha il merito di aver saputo accettare e far suoi gli aiuti. Lui prosegue Quel che non è facile, ma è fondamentale, è riuscire a far lavorare tutti i medici in sinergia e totale collaborazione, come hanno fatto al Santa Maria Bambina, dove tutti insieme hanno elaborato un progetto su di me e ogni medico aveva il suo compito. Ero seguito da diversi terapisti e ogni terapista aveva il suo compito. A me pareva di fare poco, però poi alla fine è stato raggiunto l’obiettivo che loro si erano prefissati, mentre io non avrei mai pensato di arrivare a questo punto. Come vede il suo futuro? Lo vedo positivo, e soprattutto cercherò di fare qualcosa per aiutare gli altri, sì aiutare gli altri. Per aiutare persone che soffrono veramente. La mia esperienza di vita, ho perso i genitori presto, stavo studiando, ho dovuto lavorare e mia sorella mi faceva da madre, mi spinge a questo. Con tutto quello che ho vissuto, se oggi mi dovessero sparare contro un colpo di pistola, il proiettile mi rimbalzerebbe addosso. Gian Paolo Pusceddu 06fo- Salvatore Piccardi IMG_taglio 2 dfdfdfd 06fo- due auto sfondo incrocio DSC_2282 06fo- auto piccardi DSC_2316 06fo- auto cc e gpp DSC_2285  

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