“Trigu” , “Lo studio dei grani storici della Sardegna attraverso l’indagine etimologica delle denominazioni locali” (Alfa Editrice) è il titolo del bel libro scritto a quattro mani da due spighe della Marmilla: Veronica Atzei di Turri e Francesco Mascia di Villanovaforru, la prima insegnante di lingue straniere, ma anche sardo campidanese (allieva di Blasco Ferrer), il secondo naturalista che assieme alla moglie coltiva la terra coi metodi dei nonni: vecchie varietà di frumento, ma anche di mele e altre specie di varia natura con l’assenza di concimi e pesticidi. Trigu, dunque, il nome in sardo del grano che arriva dalla Spagna: trigo lo chiamano loro.
Il libro della Atzei e di Mascia, con la prefazione di Salvatore Ceccarelli, già professore di genetica all’ Università di Padova, ora in giro per il mondo a continuare la sua attività di ricercatore, è un punto di partenza. “Mi auguro che questo lavoro possa essere seguito anche da lavori simili fatti in altre regioni italiane e per altre specie da quanti hanno compreso che il solo futuro possibile consiste nella conservazione, valorizzazione e uso della biodiversità”.
Nell’introduzione i due autori tornano a tempi lontanissimi: Il Triticum durum e il Triticum aestivum, qui avevano casa nel Neolitico, assai prima che arrivassero i romani per “costruire” il loro granaio.
Le prime testimonianze didascaliche della biodiversità legata al frumento in Sardegna arrivano dal trattato “Agricoltura di Sardegna”, curato da Manca dell’Arca nel 1870.
E quelle sono le prime tracce messe per iscritto di quello che capitava in Sardegna e che si spera possa ricapitare: la coltivazione di specie (o cultivar), meraviglioso patrimonio botanico.
I nomi delle cultivar di trigu vengono scritte in sardo, con le regole di Eduardo Blasco Ferrer a altri, recalcitranti alla globalizzazione linguistica, dunque nessun esperimento che provoca sensazioni assai ben poco piacevoli. Niente miscugli di parole vere o inventate: Veronica Atzei e Francesco Mascia, chiamano le varietà con i nomi di una volta, seguendo fedelmente i dettami dello studioso e cercando di spiegare, da un punto di vista etimologico perché quel tipo ha quel nome e non un altro.
Nella lunga lista il primo è “Alvu”, deriva dal latino albus, bianco, si riferisce alla colorazione bianca appunto. L’epiteto alvu si trova anche in altre specie botaniche, ad esempio Figu alba, fanno notare i due scrittori. Alvu è un frumento duro. Epiteto che potrebbe indicare anche altre specie come Biancale o Biancu.
Saltando qua e là, sono centinaia le cultivar analizzate dal punto di vista etimologico e da qui si rimbalza alle osservazioni botaniche e agronomiche.
Arrùbiu cixireddu, nome che indica una pianta ( il culmo se si vuol essere, per un piccolo passaggio, “ drasticamente” scientifici), rosso piccolo cece, ovvero la colorazione e la forma, verosimilmente tondeggiante che rimandano a un piccolo seme leguminoso.
Cinixu? Da Cinusu, cenere, cinus affidandoci al dizionario etimologico sardo di Max Leopold Wagner. Indicherebbe una spiga dal colore grigiastro, quello della cenere appunto.
Cossu? Corso, relativo alla Corsica.
Parlando di grano si scoprono così le origini di diversi cognomi sardi.
Murru? Non è relativo alle labbra come alcuni pensano, ma ai capelli, murru indica che un uomo ha i capelli grigi.
Pitzu de caloru? Mascia e Atzei ipotizzano che l’apice (parte alta della spiga) possa essere arrotondata come il muso di una biscia.
Su caloru (questo non appare nel libro) indica il colubro, il rettile più comune nell’isola.
Insomma, l’idea dei due giovani autori si dimostra vincente. Nella parte finale del libro, oltre alle conclusioni, un buon numero di foto.
Trigu rappresenta, come detto sopra, un punto di partenza: quasi un gioco, per parlare di natura, biodiversità, sardo e anche, perché no, rimbalzare alle nostre origini.
Siamo stati più che cenere, terra e grano.
E grano e terra torneremo.
Ma non prima di aver ripreso il mano la nostra falce, per recidere i culmi di grano.
I mille papaveri rossi, aspetteranno.
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