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Lorenzo Argiolas[/caption]
Sono costretto a tornare, ancora una volta, sulla questione relativa alla libertà d’espressione. In tanti mi hanno segnalato, nei mesi scorsi, che un articolo di questa rubrica non sarebbe stato gradito dai destinatari della mia proposta, come dalle parti in causa. Pazienza.
L’argomento era, ed è, la cultura a San Gavino e pensavo di avanzare un’idea che speravo venisse valutata, positivamente o negativamente, non vista come un attacco personale a chicchessia. Nessuno, tantomeno il sottoscritto, è contro le manifestazioni culturali e, nello specifico, contro il festival letterario, che ha avuto un grande successo. A qualcuno, invece, piace insinuare il contrario (per me sarebbe veramente un controsenso). Detto questo: a me fa molto piacere quando si solleva un dibattito intorno a ciò che scrivo in questo spazio, è il mio obiettivo. Mi piace meno, invece, quando ci si sofferma al titolo (volutamente “caldo”) e non al contenuto stesso dell’articolo. Ciò che non mi piace per nulla però, anzi mi indispone proprio, è quando un articolo, e indirettamente anche il sottoscritto e il giornale, viene fatto bersaglio di sterili accuse e talvolta di attacchi intimidatori a mezzo social con la presunzione di utilizzare le leggi a propria discrezione, come fossero una clava da impiegare contro chi non condivide un determinato modo di pensare e di agire. Chi scrive non è uno sprovveduto, e non lo è nemmeno chi pubblica; è a conoscenza delle leggi e anche di quelle regole dettate dal buonsenso, che non tutti dimostrano di conoscere. Mi fa specie, quindi, che non si tollerino opinioni diverse dalle proprie, espresse rispettosamente in un contenitore come “La Gazzetta” che oggi rappresenta l’unico periodico di informazione libero e indipendente nel territorio, e come tale sarebbe da difendere.
Eppure, rileggendo le righe dell’articolo incriminato, “La cultura non fa fillus e fillastus” (senza la vocale paragogica finale, che in sardo si pronuncia ma non si scrive) rivedo alcune delle tante proposte che in queste settimane di accese polemiche vengono fatte da altri e accolte con giubilo, quasi come se si fosse scoperta l’acqua calda. Ora, lungi da me volermi assumere la paternità di alcunché, credo di essere semplicemente un cittadino con una visione d’insieme della comunità in cui vive, e non penso che sia migliore o peggiore di quella che hanno tanti miei compaesani. Ritengo però che a volte, prima di sparare a zero, alcuni dovrebbero fermarsi, riflettere e se necessario contare fino a mille. Ma in un paese in cui molti fanno la conta dei “mi piace” sui social, ci si autocelebra e, neanche troppo velatamente, si cerca di arginare il dissenso, senza intraprendere un dialogo costruttivo che possa far crescere tutti, la vedo difficile. Anche perché poi è troppo semplice vestirsi da pompieri dopo aver appiccato l’incendio.
Concludo chiarendo che non ho intenzione di tornare sull’argomento e non lo farò nemmeno in caso di repliche. Ho già perso troppo tempo e (a differenza di chi si diverte ad attizzare il fuoco) non sento il bisogno di focalizzare la mia attenzione sul nulla.
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