Maria Antonietta è di Sassari e benché viva a Torino da molti anni non ha perso l'accento sardo. E' col suo libro alla festa dell'Unità lo scorso 28 agosto, “invitata inconsapevole” dice lei, e me ne regala una copia chè , in contemporanea, c'è Luigi Manconi col suo: “Non sono razzista, ma” (Feltrinelli). Non ho dubbi quale dei due sia più bello e utile in assoluto, Tango Rosso è la storia di un “amore malato” che si dipana per 170 pagine con un ritmo calmo e altrettanto inesorabile.
Ricamato a filo d'argento da una scrittura ricca e densa, che non induce a melensaggini da “romanzo rosa” ma anzi ti squaderna una storia talmente normale, nella sua tragicità, da lasciarti col fiato sospeso. Una sorta di tragedia classica, dove gli dei che designano i destini degli umani, ritagliano alla donna del libro un cammino sempre più intricato, quale mosca nella tela del ragno che più cerca di muoversi e salvarsi più rimane invischiata. Il lui è quel tipo che vi dicevo sopra, gran seduttore, fantastico amante, ricco persino. Vuole il suo “amore” tutto per sé, non lo spartisce né con amici né con parenti. Non vuole che lavori, del resto non guadagna lui per tutti e due?
Lei deve rimanere la “regina della casa”. La sua regina, per sempre. Davvero impeccabile nella descrizione di un rapporto che si dimostra sfociare nella patologia coi gesti quotidiani di una reiterata e mal interpretata volontà d'amare. Al di là persino dei comportamenti di violenza psicologica e fisica ( neanche numerosissimi questi ultimi) che pur dovrebbero mettere in guardia la protagonista del libro. Farla fuggire, salvarsi da una violenza che ti annienta giorno per giorno, che ti fa perdere la considerazione di te stessa. Finale neanche tanto scontato, persino improbabile date le premesse. Persino spiazzante.
Impeccabili i dialoghi, i tipi psicologici che emergono, la scrittura che accompagna la tragedia tenendola per mano, col ritmo sincopato del cuore che accelera dinanzi al pericolo che si palesa improvviso, quasi un alieno che si materializza nel mentre la vita mantiene i ritmi di sempre. Scrive Laura Onofri nella post-fazione: “...SeNonOraQuando?Torino, associazione che combatte la violenza sulle donne con un lavoro di tipo culturale (la Macciocu ne è attivista), è convinta che il passo indispensabile per cambiare il paradigma della violenza sia abbattere gli stereotipi. Per sconfiggere una cultura sessista e maschilista che continua ad alimentare l'idea che una donna sia una cosa che possa essere posseduta, o una funzione: madre, moglie, sorella, fidanzata, ma non una persona libera, che si autodetermina...” (pag.172). Sono assolutamente d'accordo.
Sergio Portas
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