Per esempio nel Campidano cagliaritano è usanza festeggiare con is candelaus, dolci preparati con pasta di mandorle, zucchero e acqua ai fiori d’arancia (nel medioevo si impiegava l’acqua di gelsomino) a forma di calice o di animaletti. Ad Armungia (Armùnja), paese di grande interesse storico e antropologico, il 31 dicembre si svolge come da tradizione il rituale obolo de su trigu cottu, grano cotto impreziosito con miele e saba, mosto di vino cotto. A Fluminimaggiore, invece, i ragazzini andavano e tutt’ora vanno a bussare di porta in porta nelle abitazioni a chiedere is candeleris , una ciotola di grano bollito e una tazza di latte appena munto, con la speranza che l’anno che verrà sia all’insegna del buon auspicio. Mentre in altri paesi, San Gavino, Pabillonis, Sardara, Sanluri, Guspini tanto da citarne alcuni, si festeggiava (e in alcuni la tradizione continua) con il grano cotto addolcito con sa saba o il miele. A San Gavino Monreale (oggi “città dell’oro rosso” per l’importante produzione nazionale di zafferano), durante la mattina di capodanno, da bambino, io e miei fratelli andavamo con una scodella o un sacchetto di tela in mano a bussare di casa in casa per chiedere se ci offrivano del grano cotto: «Buongiorno sa zia! sindi onada de trigu cottu?» «Buongiorno signora, ci da del grano cotto?». E ad esaudire la nostra richiesta seguiva il sorriso e la compiacenza di una donna tutta indaffarata ed impegnata a riordinare la casa ancora in disordine, a causa della baldoria avvenuta durante i festeggiamenti del cenone di San Silvestro. È un ricordo ancora vivo che mi porto da sempre dentro allo scrigno della memoria.
Su trigu cottu veniva portato anche in dono a parenti, amici e vicini per augurare loro prosperità e salute per l’anno appena cominciato. In Sardegna, durante i preparativi delle feste, ancora oggi si vivono momenti emozionanti e nell’attesa vengono coinvolti grandi e piccini. Anche se le antiche consuetudini variano da paese in paese sono tutte collegate da un solo germe, laddove per quanto pochi siano i giorni di festa, non esiste il bello e il brutto, il grande e il piccolo, il ricco e il povero, il buono e il cattivo ma, esistono solo momenti di giubilo. Questo a dimostrazione del fatto che nell’isola le costumanze da sempre sono sentite profondamente in tutto il loro fascino leggendario che le avvolge, tramandate da generazione in generazione, fino a giungere così come erano ai nostri giorni.
Ogni luogo ha una sua folcloristica usanza, per esempio nell’oristanese è abitudine il offrire su trigu cottu - precedentemente lessato, scolato e impreziosito con sa saba, mosto d’uva cotto e poi donato come augurio di uno scaramantico anno nuovo. Ad Armungia, il 31 dicembre, si svolge l’abituale distribuzione de su trigu cottu, addolcito con miele, zucchero e saba. A San Vero Milis, paese noto per gli agrumeti e pure per l’esistenza di alcune domus de janas e terra di conquista dei Fenici, i quali edificarono funzionali complessi agricoli di cereali, tanto che il sito è descritto e documentato fra i depositi di grano di Cartagine prima e di Roma dopo, si prepara su trigu pillissau o trigu cottu, grano fatto bollire in abbondante acqua sorgiva, poi condito con sa saba. Ad Ardauli si ripete un’arcaica tradizione chiamata sa coccoi, tipo di pane di semola di grano duro impastato a lungo e decorato con eleganza. Mentre a Seneghe, paese ricco di mizzas -mitzas -sorgenti con proprietà diuretiche, come pure a Bauladu, ogni anno a fine dicembre promuovono la sagra de su trigu cottu, celebrano il rituale del grano cotto che si ripete da tempo immemorabile.
Eventi storici fortemente ancorati alle tradizioni sono ancora in uso nelle zone dell’area interna isolana, lo testimoniano le zone dell’Ogliastra, della Barbagia, del Logudoro, dove i bambini si aggirano per le vie del paese bussando alla porta delle case degli agricoltori benestanti, chiedendo «A nolla dazes sa candelaria?» «Ce la date la candelaria?», che è un obolo alimentare (mandarini - mandorle - noci – nocciole - castagne - fichi secchi - salsicce - formaggi e vino). Mentre nel nuorese, con lo scambiarsi gli auguri di buon anno si donano focacce di pane bianco - paneddas - moddizzòsus , chiamate arine càpute. La scrittrice Maria Grazia Cosima Deledda, nata in Sardegna e vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nell’anno 1926, cita nei sui scritti l’ultimo giorno dell’anno come la festa dei bambini del nuorese.
La candelaria viene rammentata pure dagli anziani dei paesi e dintorni di Fonni, Oliena e Mamoiada, perché la festa si svolgeva durante la notte e ovviamente anche loro potevano ricevere le offerte che le famiglie benestanti mettevano a disposizione. A Orgosolo ancora oggi i bambini aspettano con emozione l’arrivo della mattina del 31 dicembre perché non vedono l’ora di poter bussare alle porte delle case del paese e ricevere i doni mangerecci, compreso sos cocones, pane di pregiata fattura che per l’evento le abili mani delle massaie orgolesi preparano. Su cocone veniva e tutt’ora viene preparato con sa simula, farina di semola di grano duro sardo da impastare (subighere, suexi, ciuexi , ciuèxiri, cummossai, impastai) assieme al lievito madre e acqua di fonte. Tanti altri ancora sono i paesi che ogni anno rievocano questo leggendario rito, che da sempre allieta il cuore degli abitanti di questa meravigliosa isola e tante sono le storie e le leggende legate a sa candelaria, un rito che resiste da secoli e che non si lascia di certo intimidire dagli attacchi dell’era moderna.
Ingredientis:
kg 1 di grano duro sardo, gr 500 di saba, mosto di vino cotto, gr 100 di miele Montevecchio tipico della Sardegna, acqua di fonte e sale quanto basta.
Approntadura:
il trenta dicembre, monda il grano - pruga - prugaddu , eliminando le pagliuzze e le bucce rimaste delle spighe, poi lavalo e tuffalo dentro a una marmitta con abbondante acqua e lascialo a bagno per un giorno intero, cambiando l’acqua sovente. Fatto, il trentuno notte, scolalo e mettilo a bollire dentro a una capace pentola di terracotta -olla manna - in abbondante acqua leggermente salata fino a quando il grano risulterà bello gonfio e i chicchi tenderanno ad aprirsi. Solo allora, allontana il recipiente dal fuoco, poi coprilo con dei panni da cucina e una coltre di lana e lascialo così coperto fino al mattino in modo che il grano continui a gonfiarsi, a s’abbusciucai. Trascorso il tempo occorso, scola il grano ancora tiepido dall’eventuale acqua di cottura rimasta, travasalo dentro a un largo recipiente e condiscilo con la saba e il miele, una volta amalgamato - su trigu cottu - è pronto per essere offerto ai bambini che verranno a chiederlo con la scodella in mano e quello che rimarrà sul fondo, beh è buono pure quello, perciò gente mano ai cucchiai. Vino consigliato: Moscato di Sardegna, dal sapore delicato, fruttato, tipico e dolce.
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