Roberto Loddi[/caption]
Sant’Antonio Abate è stato uno dei santi anacoreti più venerati della chiesa cattolica, detto anche sant'Antonio del Fuoco è tra i santi più onorati d’Italia. In Sardegna viene festeggiato con la festa del fuoco, su fogadoni, fogadone, un appuntamento che si rinnova ogni anno il 17 di gennaio in tutta l’Isola.
Questa festa è una consuetudine viva e sentita ancora oggi e in tanti paesi rurali dove è rimasta l’usanza di accendere il fuoco, fogadoni, nelle piazze o negli spiazzi rionali in onore del Santo, con il significato simbolico di redenzione e di fecondità, a ricordo che ogni fuoco indica il termine della stagione fredda e l’arrivo della primavera.
Sant’Antonio Abate nacque in una agiata famiglia di agricoltori a Coma, in Egitto intorno al 250 d. C., rimasto orfano dei genitori, dovette accudire la sorella più piccola, ma non ancora diciottenne fece la sua scelta di vita, vivendo inizialmente in appartata solitudine, per poi continuare la sua condizione eremitica sulle rive del Mar Rosso, dove passò un lungo periodo della sua esistenza per poi continuare il suo peregrinare fino a centosei anni. Secondo una narrazione mitologica, Sant’Antonio Abate discese nel regno dei morti e opponendosi ai demoni maligni, si impossessò del fuoco per poi offrirlo all’intera umanità, con la speranza di un uso saggio e virtuoso, la stessa azione che fece Prometeo (Promethéus, colui che riflette prima), eroe della mitologia greca che sottrasse il fuoco agli dei dell’olimpo per consegnarlo agli uomini, sfuggendo alle devastanti furie di Giove, il padre di tutti gli dei.
In Sardegna la devozione verso il Santo è molto sentita, infatti, su fogadoni è una data attesa con impazienza, in quanto l’idea di onorare il Santo con il buon cibo e il vino di casa, binu de dommu, seduti ai tavoli apparecchiati o in piedi intorno al fuoco è molto apprezzata. C’è chi organizza una grigliata, chi si accontenta di dolci preparati per l’occasione, come tzippulas, parafrittus, pan’e saba, dolci tipici del Carnevale in arrivo. Sarà la festa, sarà l’atmosfera, sarà l’attesa, ma sta di fatto che questi dolci riescono a trasmettere sempre note emotive forti e sentite. Per poter parlare dell’infinità di dolci preparati in Sardegna e poterli descrivere tutti Non basterebbe un libro intero.
Sant’Antonio Abate, guardiano del fuoco e guaritore dell’ “Herpes zoster”, noto anche con il nome fuoco di Sant'Antonio, onorato da sempre dai credenti è anche venerato come l’amico e protettore degli animali e per questo motivo c’è l’usanza di riunirli per l’abituale benedizione.
Il Santo è riconoscibile in quanto nelle icone è raffigurato con l’immancabile bastone di ferula, feurra, con accanto una fiamma e il maialino che lo contraddistingue. La tradizione voleva e in tanti paesi è rimasto che i partecipanti alla festa del fuoco riempissero i bracieri con l’ultima carbonella ardente residua, in modo tale da beneficiare di tutti i poteri favorevoli e riscaldare nella stessa notte gli ambienti delle proprie dimore.
I fuochi in Sardegna a seconda del paese si identificano con diversi nomi, in base al legname utilizzato per formare la catasta da incendiare, dalle ciocche di mirto o di cisto, cotzinas, ai tronchi secchi di lentischio, modditzi, di eucaliptus, ocallittu, di rosmarino, romasinu – tzippiri, frasche secche di vario genere. Rascas, tronchi secchi vuoti, tuvas, e tanti altri.
Nei miei ricordi di ragazzino è rimasto vivo anche che per preparare la pira del legname e per amplificare gli effetti delle fiamme, impropriamente utilizzavano dei copertoni dismessi di trattori, camion e automobili, materiale di certo non consono alla festa di Sant’Antonio, alla salute dei presenti, oltre all’inquinamento dell’ambiente. Fortunatamente questi accorgimenti (si fa per dire) non sono più in uso, per lo meno nell’allestire la catasta da incendiare per l’occasione.
La scrittrice Maria Grazia Cosima Deledda, nata in Sardegna e vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1926, racconta che agli inizi del Novecento, a Nuoro la festa dedicata a Sant’Antonio Abate era un evento straordinario, gli abitanti, una volta appiccato il fuoco al cumulo di legna, mangiavano le specialità locali, bevevano vini di produzione propria, cantavano mutetos, canzoni in dialetto sardo, e ballavano sino all’alba, il tutto accompagnato dal suono delle immancabili chitarre e fisarmoniche.
In altri paesi, si sfidavano ad abbellire la chiesa con rami d’arancio e fiori, in altri ancora, adornavano le vie dei rioni o della piazza con bandierine colorate appese da un balcone all’altro.
A Sedilo, in occasione dei festeggiamenti per Sant’Antonio Abate, veniva e tutt’ora viene preparato il dolce su pane e’ saba, pane di mosto cotto, in quanto si riteneva fosse in grado di proteggere le persone e il bestiame. Insomma un tripudio di gioia e profumi, un arcobaleno di colori, una festa all’insegna della amicizia, della fratellanza e della tradizione.
È sicuramente vero, ovunque si vada, è bello stare l’un l’altro stretti intorno al calore e alla luce di un falò… perché, paese che vai usanza che trovi!.
Ingredientis:
g 300 di farina sarda, g 200 di farina bianca, g 100 di uva secca senza semi, g 50 di pinoli, g 50 di nocciole tostate e sgusciate, g 100 mandorle sgusciate, g 100 di gherigli di noce, 1 uovo, g 350 di sapa - saba - concentrata, g 25 di lievito di birra freschissimo, 3 chiodi di garofano pestati, un cucchiaio raso di cannella in polvere, semi di anice, la scorza di un arancia essiccata e tritata (tragera, tragea, dragea, confettini di zucchero colorati (codetta, mompariglia), confettini di zucchero colorati, latte, burro e farina per gli stampi.
Approntadura:
in un capace recipiente miscela le farine insieme alla frutta secca tritata che hai in dotazione, l’uva passa fatta rivenire, la cannella, i chiodi di garofano, i semi d’anice, la scorza d’arancia, l’uovo e g 250 di sapa - saba -. Terminata questa operazione, lavora accuratamente il tutto, fino a ottenere un impasto omogeneo. Fatto, incorpora il lievito stemperato in poco latte tiepido, quindi copri il composto con un telo bianco doppio da cucina e ponilo a lievitare in luogo tiepido e privo di correnti d’aria (l’ideale sarebbe metterlo dentro al forno con la sola luce accesa) per due giorni. Passato il tempo richiesto, ricava dall’impasto delle palle che accomoderai mano a mano dentro a degli stampi monodose imburrati ed infarinati. A questo punto, passa la preparazione in forno già caldo a 200° per quaranta minuti circa, spennellandoli ogni tanto con la sapa rimasta fatta intiepidire. Una volta cotti e raffreddati, cospargi i dolci con i confettini di zucchero e servili a fine pasto. Vino consigliato: Girò di Cagliari dolce naturale riserva.
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