Signora Gisa, l’ostetrica che ha fatto nascere migliaia di bambini in Marmilla


di Simone Muscas
  Si chiama Adalgisa Giglio, ma per tutti è “Signora Gisa” per via dell’affetto e del rispetto che tante persone hanno nei suoi confronti. Per decenni ha svolto l’attività di ostetrica a domicilio e ha contribuito a far nascere circa 4.000 bambini in Marmilla in un’epoca in cui, un po’ per fiducia nei suoi confronti e un po’ per tradizione, i parti avvenivano più spesso nelle case e meno negli ospedali. Lo scorso 9 settembre ha compiuto 86 anni: per l’occasione l’abbiamo incontrata per conoscere le tappe più significative della sua vita e farci raccontare le proprie considerazioni sulla professione che ha portato avanti per decenni. Già da piccola sognava di diventare un’ostetrica? Forse sì, visto che, sin da quando abitavo con i miei genitori a Villaverde, ho avuto una certa predisposizione nel prendermi cura dei bambini. Dopo aver frequentato le scuole superiori, ho conseguito un diploma universitario a Cagliari, specializzandomi in ostetricia. Ho portato a termine gli studi con il massimo dei voti: mi impegnavo con dedizione desiderando intensamente un giorno di poter svolgere quella professione. Quando ha iniziato a svolgere l’attività? Nei primi anni ’50 all’ospedale a Cagliari, per poi spostarmi a prendermi cura delle famiglie di Ales e di quelle che abitavano nei paesi limitrofi. All’epoca non avevo la patente di guida e spostarmi con frequenza era un problema. A un certo punto lascia il suo paese natio e si trasferisce a Villamar. Quando e perché fece quella scelta? Accadde il 18 dicembre del 1958, giorno della mia prima assistenza a un parto a Villamar. Venni convinta a trasferirmi dall’allora sindaco, Quinto Pani, perché all’epoca mancava una figura come la mia nel paese. Mi persuase per ragione logistiche: affidandomi la comunità, infatti, mi sarei dovuta spostare soltanto all’interno del paese. Col tempo però le cose sono cambiate: oltre a conseguire la patente e acquistare un’automobile, ho iniziato a fare assistenze anche in tanti altri paesi della Marmilla, venendo meno a quello che era il motivo iniziale che mi aveva portato qui. Tuttavia non me ne sono pentita affatto: proprio grazie a quel trasferimento ho conosciuto Gennaro che sarebbe diventato mio marito e col quale avremmo messo su famiglia. Ha svolto l’attività per parecchi decenni: un mestiere delicato e con grosse responsabilità. Essere ostetrica, visti i tempi in cui ha operato, non deve essere però stato semplicissimo. Sì, è vero. A quei tempi, come può immaginare, non c’erano tutte le precauzioni assistenziali e tecnologiche della gravidanza come accade oggi. Gli imprevisti durante i parti di certo non mancavano, anche se, grazie a Dio, ho sempre avuto la determinazione e la calma per gestirli al meglio. Soltanto questione di professionalità? Ovviamente no. Allora, forse più di oggi, essere ostetrica significava trasformarsi in assistente morale o addirittura psicologa. La nascita di un bambino, da che mondo e mondo, è sempre stato un momento particolare e intimo per la famiglia: anche per questo mi prodigavo a dar sostegno e consigli utili. Dopo il parto, inoltre, seguivo l’iter delle puerpere anche nei giorni successivi: ciò mi permetteva, fra le cose, di condividere il bel clima di festa che si creava nelle famiglie con l’arrivo del nuovo arrivato. Quali gli eventi più curiosi che ha vissuto? Tanti. I parti gemellari, però, sono stati quelli più particolari. Le partorienti in questi casi, visto che ancora non si facevano le ecografie durante la gravidanza, non sapevano di avere più di un neonato in grembo. Succedeva che, pur accorgendomi della particolarità del caso sin dall’inizio dell’assistenza al parto, non comunicavo mai la presenza di più bambini alla futura mamma, se non dopo qualche minuto della nascita del primo dei due. Era un modo per non caricare la partoriente di eccessiva tensione. Situazioni surreali? Le racconto questa: più di una volta ho dovuto fare la spola per assistere tante donne prossime a partorire nelle stesse ore. In un caso, addirittura, ho dovuto assisterne ben quattro di diversi paesi che hanno poi dato alla luce i loro bimbi nell'arco di appena dodici ore. Tutto andò bene: oggi, una cosa del genere, sarebbe impensabile. Se dovesse riassumere la sua professione in una frase? “Un dono di Dio”. Il mio lavoro mi ha permesso infatti di instaurare rapporti umani con tante persone alle quali ho finito per affezionarmici. I bambini che ho aiutato a far nascere, non me ne vogliano le loro mamme, li ho sempre sentiti un po’ come miei figli. Oggi invece, visto che di tempo ne è passato parecchio, li considero più “nipoti acquisiti”. A quei suoi nipoti e alle loro madri e famiglie, c’è qualcosa che vorrebbe dire? Sì, una in particolare: li voglio ringraziare tutti con molta sincerità; mi sento di farlo per la grande fiducia che tutte le famiglie hanno riposto in me. È grazie alle tante manifestazioni d’affetto che ho ricevuto, che potuto svolgere la mia attività non solo come semplice “professione lavorativa”, ma anche, e forse soprattutto, come vera e propria “missione di vita”. Sono andata in pensione più o meno durante la metà degli anni ‘90: nonostante sia passato tanto tempo, porto però ancora ben scalfiti nel mio cuore i tantissimi bei ricordi delle persone assistite e nate insieme a me.

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