Sas cattas de sa dìe de is tres gurreis


di Roberto Loddi de Santi 'Engiu Murriabi
  [caption id="attachment_51089" align="alignleft" width="160"] Roberto Loddi[/caption] Il termine Epifania deriva dal greco, “manifestazione della divinità”.  L’Epifania è la festa cristiana che celebra la rivelazione di Dio agli esseri umani nella figura di suo Figlio il Cristo, davanti all’arrivo dei re Magi. Col passare dei secoli la ricorrenza dell’Epifania si è sovrapposta alla festa della Befana, una simpatica vecchietta che porta i doni ai bambini a cavallo di una scopa, infilandoli dentro ai comignoli delle case. La ricorrenza dell’Epifania viene celebrata il sei gennaio di ogni anno, infatti la festa cade dodici giorni dopo il Natale, vale a dire in seguito al solstizio d’inverno, periodo che commemorava il sonno e il risveglio della natura per mezzo di Madre Terra. L’origine di questa festa risale a tempi lontani, pare che già nel II secolo d.C. si celebrasse la ricorrenza. Agli inizi veniva associata ai seguaci di Basilide, maestro religioso dello gnosticismo cristiano delle origini. I basilidiani infatti credevano che l’incarnazione di Cristo fosse avvenuta con il suo battesimo e non alla sua nascita. Una volta consacrata la festa dell’Epifania dal clero del levante, nel Quarto secolo si propagò anche tra i popoli occidentali, fino ad essere accettata nel Quinto secolo dalla Chiesa di Roma. In Italia la festa dell’Epifania ha differenti tradizioni folcloristiche, meno evidenti di quella natalizia, però pur sempre sentita, probabilmente essendo questa l’ultima festività del periodo natalizio riveste un senso di chiusura, lo dice anche un antico detto che “l’Epifania, tutte le feste porta via”. Nelle credenze popolari alla notte dell’Epifania vengono attribuiti poteri straordinari, una sorta di sortilegio, pare che gli animali parlino nelle stalle e nei boschi vicini, in ciascun paese si trovano varianti e convinzioni, accomunati da quella simpatica e cara vecchietta. La Befana durante l’anno, si dice, viva dentro a una spelonca, per poi spostarsi di casa in casa, o meglio di comignolo in comignolo durante la notte del cinque gennaio a cavallo di una scopa, per portare doni e dolci ai bambini ubbidienti e il carbone a quelli monelli. Dopo tutte le fatiche affrontate, stanca e provata, la Befana rassegnata e pronta per il sacrificio del rogo, come un tralcio rinsecchito di un albero, in attesa di rinascere l’anno seguente. La befana è conosciuta nel nostro Paese con differenti nomi: troviamo la “Vecchia” a Pavia, la “Berola” a Treviso, la “Redodesa o Marentega” a Venezia, la “Barbasa” a Modena – “sa Femia béccia”, la Donna vecchia o, “sa Bacucca ‘eccia cun sa scova”, la Donna vecchia con la scopa in Sardegna. Nell’Isola, la mattina del sei gennaio, i bambini appena alzati erano soliti avvicinarsi al caminetto acceso, dove la sera, prima di andare a nanna avevano appeso le calze con una letterina, nella speranza di trovarle piene di regali al risveglio. I doni non erano altro che mandarini, ficchi secchi, noci, nocciole, dolciumi vari e qualche rara strenna.  I bambini algheresi la mattina della befana andavano e tuttora vanno a bussare ai portoni del vicinato esclamando: nem’estrèna, con un arancio in mano, nel quale venivano applicati due tagli (una sorta di salvadanaio), nella speranza che qualcuno facesse una strenna infilandoci dentro delle monetine. I tempi erano sicuramente difficili e ci si accontentava di quello che la provvidenza passava, promettendo di essere ancora più buoni per il successivo anno. Sempre in Sardegna e per la precisione, negli anni sessanta a San Gavino Monreale (città dell’oro rosso di Sardegna) da ragazzo ricordo che la notte della Befana si rendeva omaggio alla “festa della matricola”, una serata danzante in onore degli universitari novelli. Terminati i balli si usava andare con gli amici di casa in casa a sgranocchiare stuzzichini e dolcetti lasciati sul tavolo dalle nostre mamme, che presagendo le visite notturne volevano soddisfare i nostri robusti appetiti giovanili. Mi è rimasto impresso un dolce particolare della Befana: is cattas de sa dìa de is tres gurreis, frittelle dei Magi. In diverse località isolane esistono altri dolci dedicati alla Befana, ad esempio: la torta dei tre re, con all’interno dell’impasto una fava, un fagiolo e un cece, espediente che voleva significare che chi trovava uno dei tre cereali doveva ritenersi fortunato, perché gli veniva propiziato un anno di cospicuo raccolto (questa tradizione è in uso anche in altre città d’Italia). Potete trovare storie, racconti e curiosità molto interessanti sull’Epifania in Sardegna sul sito di Claudia Zedda - http://www.claudiazedda.it/epifania-in-sardegna/. Nel Goceano, Meilogu, Monteacuto e territori contigui, si preparava un dolce a forma di focaccia di complessa lavorazione chiamato, su kàpidu ‘e s’ànnu, o, sas fikkas, o, càpude, (dal latino “caput annis”, cioè inizio dell’anno), in superficie venivano impressi dodici piccoli circoli, abbinati a dodici soli per rendere comprensibile i mesi dell’anno e dodici cerchietti per simboleggiare le lune. Questi sono solo alcuni dei dolci sardi preparati per l’Epifania. In Sardegna un tempo, al posto della Befana si aspettava l’arrivo dei Magi, in dialetto sardo, sa Pasca de is tres reis, la Pasqua dei tre re. Tante sono le storie, come tante sono le leggende legate alla Befana, che da secoli hanno allietato la fantasia dei bambini… e perché no, anche quella degli adulti. Ingredientis: kg 1 di farina manitoba oppure del tipo 0, g 500 di patate vecchie, 4 uova, g 180 di zucchero comune, g 350 di ricotta di pecora, g 200 di latte di pecora, g 20 di lievito di birra freschissimo, 1 cucchiaio di miele per attivare il lievito, g 1 limone giallo e 1 arancio non trattati, zafferano San Gavino, liquore tipo Villacidro, olio per friggere, zucchero comune per inzuccherare le frittelle, sale q.b.. Approntadura: per prima cosa, un paio di ore prima fai sciogliere il crescente dentro a un boccale con il latte tiepido, il miele, un etto di farina di quella che hai in dotazione, mescola e ponilo a lievitare dentro al forno spento con la sola luce accesa. Nel mentre pela le patate, lavale e cuocile a vapore. Una volta cotte, pelale, poi passale con l’apposito attrezzo e il ricavato versalo dentro a una conca di terracotta, scivedda, xivedda, aggiungi le uova montate a spuma con lo zucchero, il lievito, le scorze degli agrumi grattugiate e il succo filtrato, tre cucchiai di liquore, la farina poca alla volta, una presa di zafferano, una di sale, la ricotta e mescola accuratamente tutti gli ingredienti. Terminata questa operazione, copri il recipiente con un panno e ponilo dentro al forno spento sempre con la sola luce accesa per un paio di ore, fino a quando avrà raddoppiato il suo volume e in cima alla superficie si saranno formate delle bolle. Solo allora l’impasto sarà pronto, perciò preleva con le mani unte d’olio parte del composto, con la pressione del dito pollice e quello dell’indice fai un buco in mezzo, allargalo e tuffa la frittella in abbondane olio bollente, quindi infilaci dentro al buco il manico di un mestolo di legno, fallo roteare affinché il foro rimanga rotondo è una volta che la ciambella e dorata da ambo le parti, scolala su dei fogli di carta assorbente per alimenti a perdere il grasso eccedente. Friggi le altre frittelle poche alla volta, procedendo come hai fatto con la prima, fino ad esaurimento dell’impasto. Arrivati a questo punto puoi inzuccherare le ciambelline e servirle ancora calde, ma sono buone anche a temperatura ambiente. Vino consigliato: Moscato di Sardegna, dal sapore delicato, fruttato, tipico e dolce.  

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