Lo scorso 4 dicembre, a 88 anni, è venuto a mancare Armando Sardu dopo i postumi di una caduta che gli ha procurato la frattura del femore costringendolo a un intervento chirurgico che, presumibilmente per un sopraggiunto arresto cardiaco, non gli ha dato scampo. Letta così sembra una notizia come tante, visto che non è raro come, dopo traumi di un certo tipo, un anziano possa andare incontro a seri rischi per la propria vita. All’episodio, però, Giuseppe Sardu, uno dei quattro figli di signor Armando, ha ritenuto doveroso esporre alcune sue considerazioni non proprio piacevoli: «Vorrei fare un appello a tutti coloro che lavorano nelle strutture ospedaliere pubbliche e private», dice Giusepp, «Ho assistito, e lo dico con amarezza, come durante la degenza di mio padre, alcuni medici e infermieri non abbiano svolto la loro professione con la giusta passione e con quell’amore che mi sarei aspettato». Le considerazioni personali non si fermano però qui: «Mio padre, fra le tante patologie di cui soffriva, era affetto anche da demenza senile: nonostante ciò alcuni infermieri dell’ospedale di San Gavino, dove papà ha trascorso i suoi ultimi giorni di vita, lo hanno trattato con poco amore: chi è affetto da demenza senile dovrebbe essere accudito alla stregua di un bambino per ovvie ragioni. Detto ciò mi rivolgo a tutti coloro che non accudiscono questi pazienti con modi cordiali e premurosi: ricordate che un giorno in quel letto potrebbe esserci un vostro caro o, ancora, potreste esserci voi stessi». [caption id="attachment_62315" align="alignleft" width="466"]
Giuseppe Sardu e il padre Armando[/caption]
L’esempio di signor Armando, stando a chi ha avuto modo di frequentare gli ospedali in Sardegna, non rappresenta, purtroppo, un caso isolato: si tratta infatti di episodi a cui, talvolta, si assiste.
A chi girare le responsabilità? Al netto della professionalità del singolo medico o del personale infermieristico e assistenziale di turno, la madre di tutti i problemi sta, presumibilmente, nell’aspetto organizzativo nei piani alti della sfera sanitaria in Sardegna.
Secondo uno studio riportato dal quotidiano “Il Sole 24 Ore” nel settore vi sarebbero delle distorsioni non di poco conto. Per capirci: se è vero che il personale assistenziale (infermieristico e OSS) non si discosta parecchio per numero di addetti rispetto (per citare un esempio di buona sanità) alla Lombardia, è altrettanto vero che dallo studio si scorge un dato anomalo: in Lombardia si conta un medico ogni circa 5 mila abitanti, mentre in Sardegna ve n’è uno ogni 3 mila.
Numeri che, letti così, farebbero propendere per una sanità sarda “punta di diamante” di quella nazionale. Eppure sappiamo che siamo ben distanti dall’efficienza nel settore: è infatti risaputo come nell’Isola vi sia una grossa carenza di personale medico (e quindi organizzativo) nelle corsie degli ospedali.
Motivo? Secondo lo studio, pur essendoci tanti medici, tanti (o meglio troppi) sarebbero dirigenti organizzativi, quelli che, per intenderci, sono professionisti non impegnati nei servizi diretti con i pazienti. Dati che fanno una certa stizza, anche perché tutto ciò avviene in un sistema regionale dove fra costi della sanità pubblica, privata e farmaceutica si spende qualcosa come il 60% delle risorse che “transitano” nell’Isola, denari che, giocoforza, che sottraggono fondi a istruzione, formazione, lavoro e sviluppo.
Inevitabile che in un quadro di questo tipo, con pochi medici “non da ufficio” e tanti assistenti costretti a fare gli straordinari per sopperire alle carenze di personale, le situazioni di “scarsa tolleranza” e “poca professionalità” verso i pazienti, abbiano maggiore probabilità di trovare terreno fertile. Non c’è quindi da stupirsi se in Sardegna si creano talvolta quei paradossi come quello del signor Armando.
L’augurio a questo punto è che, fra i tanti auspici, il nuovo anno porti “passi in avanti” nella sanità sarda: in fondo qualsiasi malato che si trova sul letto di un ospedale (luogo in cui “magicamente” vengono meno tutte le differenze di classe sociale, potere economico e appartenenza politica per far spazio alla unanime desiderio del benessere psicofisico) ha il sacrosanto diritto di essere “trattato” dal personale ospedaliero (sempre e comunque) con il massimo del rispetto, oltre che accudito con infinita professionilità e pazienza.
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