Da San Gavino Monreale da mesi si è trovato all’improvviso in trincea nell’ospedale più grande di Parma nel cuore dell’emergenza Covid-19. È la storia di Alessandro Mureddu, medico sangavinese di 33 anni, al quarto anno della specializzazione in anestesia e rianimazione, che in corsia nel reparto di rianimazione si è trovato a combattere contro il coronavirus. «È successo tutto all’improvviso - racconta - da quando sono arrivati i primi casi da altri ospedali come quello di Piacenza, ora la situazione è migliorata, ma ci siamo trovati a gestire anche 70 pazienti intubati. È stato come ritrovarsi in guerra all’improvviso e spesso chi non lavora in ospedale non capisce la gravita di questa situazione devastante». TURNI MASSACRANTI Alessandro Mureddu non si è perso d’animo e si è subito rimboccato le mani trascorrendo in ospedale anche 45-50 ore di lavoro alla settimana con turni estenuanti: «Per sconfiggere il coronavirus - rimarca - non bastano i respiratori perché quando curi un malato non prendi in considerazione solo i suoi polmoni, ma anche la funzionalità dei reni e degli altri organi. Il ventilatore può diventare anche un problema perché la respirazione meccanica produce dei danni. Ora la situazione è migliorata ma non bisogna abbassare la guardia. Come medici siamo stanchi ma bisogna capire che non siamo ancora usciti dall’emergenza e dobbiamo abituarci a un nuovo modo di vivere fino alla scoperta del vaccino. Da giovane medico sto vivendo una situazione lavorativa che non pensavo avrei mai affrontato (neppure i medici più avanti con gli anni si erano mai trovati davanti a una situazione come questa). Credo che lascerà in tutti noi dei segni indelebili, ma spero riesca a sensibilizzare le persone sull'importante ruolo del nostro sistema sanitario nazionale. Ammiro i colleghi più anziani che, nonostante siano oltre i sessant'anni e dunque corrano un rischio maggiore, continuano a lavorare anche dieci ore al giorno per dare il loro preziosissimo contributo». [caption id="attachment_69781" align="alignleft" width="281"]
Alessandro Mureddu[/caption]
LA NOSTALGIA Poi il pensiero alla sua amata Sardegna e al suo paese in particolare: «Sono stato a San Gavino Monreale l’ultima volta a ottobre - racconta con emozione - e ci sarei dovuto tornare il 5 marzo, ma non me la sono sentita di rientrare a casa, preferisco aspettare la fine dell’emergenza. Mi manca tantissimo San Gavino, dove vivono mia madre, mio padre, i miei due fratelli e dove ho tantissimi amici. In Sardegna non c’è questa situazione, ma non bisogna abbassare la guardia, non vedo l’ora di rientrare. La mia fidanzata è emiliana, ma la Sardegna è la mia casa e la mia famiglia mi manca tantissimo. Della cucina sarda mia mancano tantissimo i malloreddus alla sangavinese con lo zafferano (di cui per fortuna ho una scorta) e i culurgioni. Uno dei miei piatti preferiti è il pesto di cavallo e anche qui la cucina è ottima».
GUERRA IN TRINCEA Alessandro Mureddu combatte ogni giorno la sua guerra contro questo nemico invisibile: «Quello che mi ha colpito di più è lo sguardo di terrore e di angoscia dei pazienti che devo intubare che sanno di essere a rischio vita e temono di non potersi risvegliare. Alcuni si sono ripresi, ma davvero sentono tantissimo il senso della solitudine». Rimane la paura del contagio: «Credo che sia umano soprattutto quando si lavora a strettissimo contatto con i malati e si vede cosa può comportare la malattia. Tuttavia quando si lavora ci si concentra sui malati e difficilmente si ha il tempo di fermarsi a pensare alla paura di esser contagiati. Il mio pensiero e la mia preoccupazione vanno principalmente ai miei genitori che sono in Sardegna e dei quali non posso prendermi cura per via della mia lontananza».
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