San Gavino, i trent’anni di storia di “Sa Moba Sarda”


di Federica Salis
  [caption id="attachment_114617" align="alignleft" width="419"] Francesco Curreli[/caption] Nel maggio di trent’anni fa muoveva i primi passi l’associazione culturale “Sa Moba Sarda” di San Gavino Monreale, che ancora oggi gestisce il museo etnografico “Dona Maxima”, al cui interno sono esposti arredi e utensili della cultura campidanese, ma anche reperti storici risalenti alle Guerre Mondiali. Per l’occasione, Francesco Curreli, co-fondatore di “Sa Moba Sarda”, ha voluto ripercorrere la storia dell’associazione raccontando la nascita del progetto, le difficoltà e infine la sua realizzazione.         Da dov’è nata l’idea di fondare un museo etnografico? Era un pomeriggio di maggio del 1993, quando mi recai a “Funt’e Canna”, dove Michele Sanna conservava una grande raccolta di materiale archeologico. Ci andai con un amico che avevamo in comune, Giorgio Ulzega, il quale era anche membro dell’associazione “Eleonora D’Arborea” per il recupero dei reperti archeologici. Da buon fotografo e fotoamatore, piano piano immortalai tutti gli oggetti esposti, finché un giorno Michele mi mostrò alcuni reperti etnografici che custodiva in un capannone. Davanti a un bicchiere di vino, ci venne un’idea: fondare un museo etnografico a San Gavino. E, così, iniziammo a sognare. Quali erano le maggiori difficoltà nell’avvio di un simile progetto? Innanzitutto, bisognava trovare un locale che ospitasse il museo. Non volevamo chiedere aiuto a Comune e Pro Loco, perché sapevamo che, senza una garanzia di riuscita, non avrebbero appoggiato la nostra idea, e in più non avevamo neanche un soldo. Per fortuna, grazie all’attività di Giorgio, che aveva una rivendita di giornali ed era dunque in contatto con tante persone, ricevemmo il supporto del dottor Antonio Sanna, proprietario di una vecchia rimessa per attrezzi agricoli. Antonio ce la lasciò a disposizione in comodato d’uso. Il locale, però, era in pessime condizioni: il tetto e l’impianto elettrico erano da rifare, gli infissi erano quasi inesistenti e il pavimento era in terra battuta. Inoltre, era necessario trovare qualcosa di interessante da esporre nel museo. Insomma, c’era veramente da scoraggiarsi. Che cosa vi spinse a non arrendervi? Per quanto mi riguarda, questo museo era diventato una sfida personale. La ricerca del passato attraverso il recupero di oggetti antichi, che altrimenti sarebbero andati persi, era troppo importante per l’identità del paese, e io mi sentivo in dovere di proteggere questo piccolo patrimonio. Quand’è che la situazione cominciò a migliorare? Fummo contattati da alcuni ex-marinai sangavinesi, Paolo Esu e Zoroastro Melis, che avevano intenzione di fondare un’associazione. Anche io e Giorgio eravamo ex-marinai, perciò, in seguito a una votazione, decidemmo di cedere loro una parte del nostro locale malmesso per uso d’ufficio. In cambio, ci aiutarono a sistemarlo. Nel frattempo, iniziarono ad arrivare le prime donazioni al museo. Molte persone volevano semplicemente liberarsi di oggetti ingombranti, altre invece credevano nel nostro progetto e avevano piacere di aiutarci. Riuscimmo a racimolare abbastanza oggetti da creare il primo inventario. In poco tempo, la vecchia rimessa cominciò ad assumere le sembianze di un vero e proprio museo, e anche la Pro Loco e il Comune si ricredettero; addirittura, Ferruccio Bertolotti, il sindaco di allora, ci venne incontro fornendoci arredi che il comune non utilizzava più. Fino a quel momento si era trattato solo del principio di museo etnografico. Quale fu il momento in cui il progetto acquisì finalmente la sua identità? Dopo un anno, fu convocata un’assemblea pubblica costituente. Il 18 giugno 1994, alla presenza di Bertolotti e del futuro sindaco Fedele Melas, nacque ufficialmente l’associazione culturale “Sa Moba Sarda”, con l’intento di far nascere e gestire un vero museo etnografico. Giorgio Ulzega fu eletto presidente dell’associazione, mentre io diventai vicepresidente, affiancato da Angela Canargiu nel ruolo di segretaria. I problemi però non si erano del tutto risolti… Esatto. Presto ricevemmo il primo avviso di sfratto da parte del Comune. Aveva acquistato il locale che stavamo occupando per realizzare una piazzetta. L’amministrazione comunale ci disse la data entro cui avremmo dovuto sgombrare. Se ci fossimo rifiutati, sarebbero state coinvolte anche le forze dell’ordine. Avevamo ormai perso le speranze. Attendemmo il fatidico giorno, ma, con nostra grande sorpresa, l’amministrazione fece marcia indietro e si impegnò a trovarci una sistemazione migliore. Il motivo? Il nostro museo etnografico era diventato importante per la comunità sangavinese e i visitatori arrivavano persino dai paesi vicini. Era una realtà a cui molte persone si erano affezionate. Alla fine si riuscì a trovare una nuova sede per il museo? Gli ex-marinai si spostarono nell’attuale “Museo Due Fonderie”, mentre noi ci trasferimmo nella casa della signorina Mamusa, una maestra conosciuta in paese. Era l’inverno del 1997. Avevamo uno spazio molto limitato per la nostra esposizione e dovemmo nuovamente fare i conti con la mancanza di materiale d’arredo per il museo. In quel periodo, l’assessore alla cultura convocò un’assemblea coinvolgendo tutte le associazioni, in modo che queste potessero esporre problemi ed eventuali richieste. L’assessore arrivò con due ore di ritardo, quando la maggior parte dei rappresentanti delle varie associazioni avevano già lasciato l’assemblea. Noi di “Sa Moba Sarda” chiedemmo un contributo di 20 milioni di lire per l’acquisto di mobili fondamentali per la nuova sede. Non solo l’assessore rifiutò la nostra richiesta, ma addirittura ci derise. Ci rivolgemmo quindi alla Comunità Montana, che decise di concederci questo contributo. Purtroppo, però, i soldi dovevano passare prima per il Comune. Inutile dire che non vedemmo neanche una lira. E la cosa più grave fu il fatto che nessuno ne parlò. Nonostante le difficoltà, l’associazione riuscì comunque nel suo intento. Come avvenne la trasformazione della piccola esposizione in casa Mamusa nel museo “Dona Maxima” che conosciamo oggi? Sicuramente grazie al supporto delle persone. Oltre a me e Giorgio Ulzega, si unirono alla causa anche Mario Marongiu e Angelo Mamusa. Aldo Meloni, Marco Pisu e in seguito Salvatore Mannu, durante il loro periodo di presidenza, diedero una svolta decisiva all’associazione, tanto che anche il Comune alla fine ci offrì il proprio supporto. Fu proprio durante la presidenza di Salvatore Mannu che avvenne il trasloco da casa Mamusa a casa “Dona Maxima”. Era il 2002, ma i lavori di modifica e rifinitura del locale andarono avanti fino al 2005, quando nacque quella che attualmente è la casa-museo “Dona Maxima”, ma anche la sede di “Sa Moba Sarda”. Purtroppo, in quegli anni venne a mancare Giorgio Ulzega. Fu una grande perdita per l’associazione, perché lui per primo si era battuto per la riuscita del progetto. Spesso mi capita di pensare che sarebbe contento di vedere il nostro sogno realizzato. “Sa Moba Sarda” ora ha una sede stabile, e San Gavino possiede un museo etnografico molto importante per il paese. Inoltre, l’associazione ha concesso alcuni reperti al “Museo Due Fonderie”, contribuendo così al miglioramento della sua esposizione.  

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