Stare in casa ci dà la possibilità di riscoprire antiche usanze, anche banali come un semplice pranzo tutti insieme, che spesso vengono appassite dalla frenetica vita del nostro oggi. La quarantena forzata può essere una fortuna ma anche una sfortuna per le relazioni umane. Dal risveglio di vecchi rancori a dar nuovo vigore agli affetti trascurati. Quando i rapporti dentro le mura non bastano, i social diventano, più di prima, la base della nostra quotidianità anche per chi, fino all’ultimo, ha provato a tenerli lontano. Insieme a Lorenzo Braina, pedagogista, mediatore sociale ma principalmente educatore, si prova a dare un’analisi dell’evento epocale che il mondo sta vivendo, delle sfide che sono in atto, con uno sguardo al futuro, in cui questo sarà, si spera, solo un ricordo da cui aver appreso tanto. La quarantena ci costringe a casa e i rapporti umani si trasferiscono sui social, secondo Lei il modo di rapportarci con gli altri subirà una mutazione? No, secondo me questo tempo di quarantena ha fatto sì che da un certo punto di vista i social venissero umanizzati. Lo stesso pessimo uso dei social che si è sempre fatto si fa ancora o di più, con più frequenza. Eppure, in realtà, e ci sono degli studi, stanno diventando più umani. Ad esempio, io sto facendo delle video conferenze online gratuite, eppure mai prima d’ora avrei immaginato di farne una. Quanti nonni oggi passato il tempo in videochiamate coi nipoti? Si sta ampliando un uso mai pensato ma molto bello del digitale. La quarantena ci fa anche riscoprire il desiderio dei rapporti umani, ma non sono tanto sicuro che quando finirà ce ne ricorderemo. [caption id="attachment_68216" align="alignleft" width="343"]
Lorenzo Braina[/caption]
Certi argomenti non sono nuovi nei social, ma in queste settimane tanto si è parlato di “revenge porn” ma anche di casi di bullismo o discriminazioni, come amplificate. È colpa della natura dell’uomo o dell’educazione che il XXI secolo dà alle sue generazioni?
Io credo che ogni generazione abbia i suoi problemi, ed usa i suoi strumenti per manifestarli. Ad esempio i manicomi. Sono uno dei problemi delle generazioni passate, spesso c’erano dei casi senza reali patologie in cui c’era comunque l’internamento, penso alle donne che si ribellavano al dominio di alcuni uomini. Credo che questa generazione abbia un problema nelle relazioni, anche le precedenti certo, il bullismo c’è sempre stato. Abbiamo una grossa difficolta nella gestione degli strumenti che abbiamo in mano. Io sono del 68, per imparare ad accendere un pc, ai tempi, ho chiamato l’assistenza. Noi adulti siamo stati investiti da una tecnologia che non sappiamo gestire. L’uso dei social per manifestare una sessualità può essere anche una cosa piacevole, intima, provare nuove esperienze. Il problema resta. È usare strumenti che non si sanno usare. Una prova ne è il bullismo online, esso è funzionale ma è facilmente rintracciabile, sotto gli occhi tutti, esempio palese dell’uso di uno strumento ignoto. Spesso il messaggio si spersonalizza, perché pensiamo che non sia vero, ma il dolore creato è uguale o spesso peggiore.
Adolescenti e genitori sotto lo stesso tetto per un tempo prolungato possono essere un’arma a doppio taglio? Cosa consiglierebbe alle famiglie?
Una delle cose più interessanti è la possibilità di condividere un tempo mai avuto, effettivamente un’arma a doppio taglio, una convivenza forzata che porta ad avere più possibilità di relazionarsi. Questo può amplificare le divisioni. La società adulta però è sorpresa dai giovani, nessuno avrebbe immaginato che i ragazzi avrebbero assorbito così bene questa quarantena. Personalmente ho visto più adulti fare azioni sconsiderate che giovani, forse loro si nascondono meglio o forse sono più responsabili. In casa l’ideale sarebbe rispettare spazi e tempi, ma non tutti hanno questa fortuna. Il vero consiglio che do è cercare di fare dei riti. Ad esempio, una colazione tutti assieme, o un pranzo domenicale. Certe cose fatte in un certo tempo: la quarantena ha spezzato la quotidianità, notte e giorno si confondono. In questo un po' hanno aiutato le lezioni online che hanno ridato un po’ di ritmo alle giornate.
Qual è, secondo Lei, l’errore educativo per eccellenza da non fare adesso?
Di voler far finta che tutto ciò non sia esistito, di smettere di pensarci, come avviene nell’attraversamento del lutto. Questa cosa ci ha fatto capire che siamo vulnerabili, dobbiamo far i conti con la paura. L’unico modo per uscirne è capire che queste cose fanno parte della vita. Bisogna avere il coraggio di parlarne, dare la possibilità ai bambini di conoscere la verità. Questo è giusto, con la paura ci si fa i conti, e se si accetta si potrà tonare ad essere felici. Continueremo a vivere lo stesso, le emozioni non si spengono a turno, se spegni la tristezza spegni anche la felicità. Si deve accettare la paura per essere coraggiosi, la tristezza per essere felici. Accettare tutti gli aspetti della vita per andare avanti.
© Riproduzione riservata