di Giacomo Pitzalis
Nel 2010 debuttò nelle sale cinematografiche Il discorso del re, film diretto da Tom Hooper con Colin Firth e Geoffrey Rush. La pellicola racconta di un annoso problema per il re inglese Giorgio VI, quello della balbuzie, che supererà grazie a un preciso percorso voluto dal logopedista Lionel Logue. Proprio tramite il cammino intrapreso con lo specialista, il monarca terrà uno dei discorsi più importanti della sua reggenza, davanti a migliaia di sudditi e con un parlato fluente e denso di emotività.
Ma nel dettaglio: qual è il ruolo del logopedista?
Ce lo racconta la dottoressa Claudia Marras, 29enne originaria di Guasila e professionista dal 2014.
«Mi occupo di bambini affetti da ritardi o disturbi del linguaggio, dell’apprendimento, nella comunicazione o nella deglutizione. Situazioni, queste, che possono presentarsi in maniera isolata o associata ad altre patologie quali autismo, sindromi genetiche e paralisi cerebrali infantili».
Un lavoro delicato e allo stesso tempo ricco di incognite e variabili. Un lavoro chiamato molto spesso a dover educare anche i genitori e non soltanto i figli.
«Il logopedista svolge un ruolo fondamentale anche nella formazione del genitore. Occorre spesso far capire quali siano le strategie idonee alla gestione dei problemi specifici, come ad esempio quando dismettere l’utilizzo di ciucci e biberon per evitare danni all’occlusione dentaria».
Un occhio di riguardo è prestato poi alla prevenzione, che la dottoressa Marras reputa non solo necessaria, ma essenziale per affrontare al meglio le difficoltà che possono insorgere durante le fasi della crescita e dello sviluppo.
«Ritengo che la prevenzione migliori di anno in anno. Questo passa senza dubbio dalla corretta informazione. Pediatri e insegnanti sono i primi ad aver a che fare con le famiglie e pertanto devono ricevere una corretta formazione finalizzata all’individuazione di eventuali anomalie lungo le tappe dello sviluppo linguistico».
Ultima nota, ma di assoluta importanza, viene sottolineata in relazione all’utilizzo incondizionato e sempre più frequente dei digital devices da parte dei più piccoli.
«L’abuso della tecnologia, specie nel periodo critico per l’acquisizione del linguaggio (12-36 mesi), non ne agevola lo sviluppo. Anzi».
Sarebbe meglio ritornare a sederci e raccontare una bella storia ai nostri figli, riprendere le fila di una complicità messa da parte per un surrogato dell’intrattenimento interpesronale.
«Prendiamo questo esempio: lettura di una fiaba eseguita da un mezzo audio/video online e una eseguito dal genitore. Nel primo caso la narrazione verrebbe seguita in maniera passiva, mentre nel secondo caso - conclude la dottoressa - il genitore può porsi all’altezza del bambino favorendo il contatto di sguardo, variare la mimica facciale, fare delle pause lungo la lettura per favorire l’instaurarsi di un turno comunicativo, stimolare la comprensione, associare dei gesti, variare l’intonazione e la prosodia».
Sia chiaro, gli strumenti digitali non sono il male, ma bisogna tenere a mente che non sono sostitutivi del rapporto affettivo e umano. Come qualsiasi cosa vanno saputi dosare e utilizzare con parsimonia, in modo che non arrechino eventuali o ulteriori danni al bambino.
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