Maurizio Ferraris, ordinario di filosofia all’Università di Torino, ha recentemente dato alle stampe per Il Mulino un interessante lavoro dal titolo “Postverità e altri enigmi”, che descrive la postverità come il compimento nella politica e nelle società attuali della nota, e per certi versi abusata, riflessione di Friedrich Nietzsche per cui “non esistono fatti, ma solo interpretazioni”.
Nel corso degli ultimi tre decenni sono scomparse non solo le ideologie e le grandi narrazioni politiche ma anche i fatti e la cronaca, e l’osservazione e il racconto di ciò che essi sono per sé stessi. Quanto rimane è “l’atomismo di milioni di persone convinte di aver ragione non insieme, ma da sole. Il centro di questa nuova ideologia è la pretesa di esser nel vero a prescindere, e nel cercare riconoscimento attraverso un apparato tecnico, il web”. Oggi la logica del like e del retweet è lo strumento che conferisce presunzione di veridicità a ciò che si afferma e si condivide su internet. Il mondo virtuale è diventato il regno in cui notizie false, presunte o più o meno probabili, vengono costruite e diffuse generando “un’esplosione di milioni di verità individuali e di deliri di presunzione”. Le fake news, come le si usa definire, sono uno strumento utilizzato per costruire postverità, cioè presunte verità legittimate a posteriori dagli apprezzamenti ottenuti sul web.
La postverità non è tuttavia una dimensione in cui si raccontano bugie – quantomeno non sempre e comunque – si tratta invece di un mondo in cui tutti pensano di aver ragione e ne cercano la conferma sui social networks che diventano lo strumento di condivisione di massa di verità alternative, complotti, fatti mai accaduti e opinioni non supportate da evidenze e prove reali, né da conoscenza concreta di fatti e fenomeni. Le fake news sono spesso confezionate a partire da mezze verità, da conoscenze approssimative o da convinzioni personali, che vengono legittimate dal meccanismo del like e della condivisione per accreditarsi infine come presunte verità o, appunto, postverità.
Sui social “ognuno vive in camere di conferma delle proprie opinioni" e "ognuno non vede l’ora di esprimere la propria opinione”, spesso, peraltro, su temi di cui si hanno conoscenze scarse o nulle. L’opinione espressa si riduce così a invocare il torto dell’interlocutore, quando non a insultarlo, o lanciare invettive, o, peggio ancora, accusare astenendosi dall’argomentare e senza attenersi ai fatti. Che diventano cosi “interpretazioni e distorsioni di fatti”, come lo sono la falsa foto di migliaia di migranti in attesa di imbarcarsi per l’Italia dalla Libia, il video del sedicente marinaio dell’Acquarius licenziato, divenuto poi poliziotto della scorta di Saviano – anche lui licenziato ma con la pretesa di raccontare “la verità” – o le accuse mosse sulla presunta scorta di Veltroni, in realtà inesistente visto che non ne ha una da anni. False notizie che sono servite però ai sostenitori dell’attuale governo giallo-verde per giustificare le sparate del ministro Salvini, suffragate attraverso “fatti distorti” divenuti (post)verità grazie alla condivisione e ai like ricevuti online.
“L’umanità, infatti, non è interessata a sapere il vero, ma ad avere ragione e a trovare conferma delle proprie convinzioni”. È questo il mondo della postverità e della dittatura del like che rende tutto più superficiale e fittizio. Niente vale niente e tutto vale tutto pur di far prevalere la propria, e spesso infondata, ragione.
Walter Tocco