Pabillonis, Tzia Marietta: la guaritrice delle ossa


di Anna Luisa Garau
  Bernardina Maria Angela Prenza nasce a Pabillonis nel 1912, tutti la chiamavano affettuosamente Tzia Marietta. Sposata con Giuseppe Cirronis ebbe sette figli, cinque femmine e due maschi. È morta all’età di 93 anni. La sua è stata una vita vissuta nella semplicità, sempre con il sorriso, circondata dall’amore dei suoi cari e dei suoi compaesani che le volevano un gran bene, che ricambiava con lo stesso affetto e aveva sempre una buona parola per tutti. Mai una critica nei confronti degli altri. Era di poche parole, ma sapeva ascoltare. Tanti a Pabillonis ricordano con affetto Tzia Marietta, che a lei si sono rivolti per porre rimedio a distorsioni, fratture e malesseri vari. Sempre disponibile, paziente e pronta a soccorrere a qualunque ora del giorno e della notte. In paese, era conosciuta come la guaritrice delle ossa, Erano gli stessi medici a indirizzare i pazienti da lei. «Faceva a chi glielo chiedeva», ricorda la figlia Vitalia Cirronis, «“sa mexina de s’ogu liau”, formula trasmessale da un amico sacerdote». Un rituale a base di preghiere sussurrate, si metteva in un bicchiere o in un piatto acqua, sale e grano. Quando si formavano le bolle accanto al grano si diceva che la persona fosse presa dal malocchio. Maria Angela Prenza quando esercitava l’arte del guarire assumeva un’espressione molto composta e solenne quasi a sottolineare l’importanza e la delicatezza del momento. Era una persona molto buona, generosa, altruista, nata con la camicia. Si dice così di un bambino che nasceva con le membrane amniotiche attorno al corpo, che ancora oggi sta a significare “nascere fortunati”, deriva in realtà dal mancato distacco del sacco amniotico fetale, la camicia appunto, al momento della nascita. Nascere vestiti veniva ritenuto segno di particolare fortuna e soprattutto di particolare virtù, per esempio quella di guarire.  La cosa veniva interpretata con benevolenza, anzi come segno di vita fortunata, e segno di capacità guaritrici. Predestinati a questo tipo di sorte, erano anche coloro che “nascevano con la camicia, anche se qualcuna si improvvisava “guaritrice“ per averne un beneficio economico. I guaritori conoscevano bene le applicazioni medicinali di molte erbe e piante e l’elaborazione di creme e unguenti. Zia Marietta era solita, in caso di problemi alle articolazioni, fasciare la parte interessata con “su sceti imbriagu“  che altro non era che un impasto di ingredienti come farina e vino, induriti e posizionati sulla parte dolorante per dare sollievo e togliere l’infiammazione, oppure posizionava degli stracci inumiditi con il bianco dell’uovo in caso di slogature che aveva lo stessa funzione delle ingessature. In un’epoca in cui la scienza non lascia più spazio a ciò che è misterioso, la mancanza di prove scientifiche può indurre i ricercatori a pensare che la medicina popolare non sia altro che superstizione o ciarlataneria. Si può dire che la medicina popolare, in un certo senso è più moderna di quanto si pensi poiché basata sulla esperienza pratica che ha sempre un fondo di validità scientifica. La medicina popolare ha, da sempre, una impostazione diversa rispetto a quella ufficiale perché i suoi principi sono basati sulla natura e sulla ritualità. C’è anche una concezione diversa di malattia fra le due medicine: quella ufficiale vedeva la malattia come qualche cosa che aggrediva la persona dall’esterno, mentre la medicina popolare considerava la malattia come un qualcosa che proveniva dall’interno con una caduta delle difese dell’organismo che permetteva al male di avere il sopravvento. Una cosa è certa chi si recava dai guaritori, aveva sempre dei benefici e questi praticavano queste pratiche a titolo gratuito. È anche vero, però, che i metodi di cura popolare si basavano in buona parte sulla figura carismatica del guaritore o guaritrice per poter curare anche con la parola e con l’ascolto. Aspetti carenti nella medicina ufficiale. Ci auguriamo che questa arte del guarire sia stata trasmessa o tramandata a qualcuno dei numerosi nipoti perché sarebbe un peccato che fosse andata perduta nella notte dei tempi.  

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