Pabillonis, la scuola elementare a fine anni sessanta


di Anna Luisa Garau
L'edificio appariva imponente e, a noi bambini, incuteva rispetto e severità. L’ordine, il silenzio, interrotto solo dal suono della campanella, dai canti e dalle voci degli alunni e dei maestri, davano la sensazione di trovarci in un posto importante. Il caseggiato era composto da lunghi corridoi con aule spaziose e dal soffitto alto. La giornata iniziava con la preghiera, poi le prove di dettato o del tema, le lezioni di aritmetica. In classe c’era silenzio. Si alzava la mano per poter parlare e si diceva: ‘Signora maestra’, Signor maestro “. [caption id="attachment_114573" align="aligncenter" width="868"] Attuale caseggiato delle elementari[/caption] Nelle cartelle, trovavano posto il libro di lettura, il sussidiario, i quaderni oltre un astuccio, per chi se lo poteva permettere, con la penna, la matita, le gomme dure, con cui facilmente bucavamo il quaderno nella foga di cancellare, e i pastelli di legno per disegnare. I quaderni erano due, uno a righe e l’altro a quadretti, e l’album da disegno. Dovevamo avere rispetto per il materiale didattico, fare le orecchie al quaderno o ai libri era motivo di rimprovero da parte degli insegnanti. Non mancavano gli insegnamenti di bella scrittura, i lavori manuali per i maschi e per le ragazze ricamo e altre forme di cucito. Nei corridoi c’erano file di attaccapanni dove nei mesi più freddi comparivano tanti cappotti, giacche, sciarpe e cappelli per lo più confezionati dalle mamme. Allora non c’erano gli strumenti tecnologici e neanche la palestra. Tempo permettendo la ginnastica si faceva all’area aperta. Gli insegnanti erano severi. Fare la ricreazione seduti in classe o a giocare nel cortile dipendeva dal comportamento della classe.  Si arrivava a scuola da soli o in piccoli gruppi composti da bambini che abitavano nello stesso vicinato. Ad attenderci c’era sempre la bidella Evelina, che chiamavamo affettuosamente Zia Evelina. Sempre gentile. Quando non stavamo bene andavamo da lei a farci fare una camomilla o acqua e zucchero o semplicemente a farci consolare. Aveva sempre una parola gentile ma con fermezza riusciva a sedare comportamenti non consoni all’ambiente scolastico. Abitava vicino a piazza San Giovanni e noi ragazzini andavano a trovarla, anche perché ci regalava caramelle e altri dolcetti. In seguito fu coadiuvata da Maria Grazia Pia. Quando si entrava a scuola aleggiava sempre un odore di pulito. A metà mattinata, però, un odore caratteristico, che ci faceva venire l’acquolina in bocca, proveniva dalla cucina della mensa scolastica. Non c’era bambino che non volesse mangiarvi, ma non tutti potevano accedervi. L’accesso era legato al reddito familiare. Chi faceva parte di un nucleo familiare numeroso aveva più possibilità di usufruire del servizio refezione. Tuttavia i maestri, quando era assente qualche alunno avente diritto, consegnavano il biglietto rettangolare verdolino, timbrato dal Comune con il nominativo dello studente che chi si era distinto per impegno e correttezza. Chi ne usufruiva eccezionalmente era al settimo cielo. Mangiare con i compagni e assaporare quel cibo delizioso era una vera gioia. Le pietanze erano sempre calde e a nessuno veniva impedito di fare il bis. In primavera le mamme coglievano fiori da portare a scuola ed era una vera gioia consegnarli alla maestra o al maestro. Il direttore didattico, che ogni tanto veniva a farci visita, ci metteva sempre in soggezione.  Quando ci poneva delle domande rispondevamo a fatica non tanto per mancanza di preparazione quanto per il timore che incuteva la sua figura. Non mancavano le punizioni: ci mettevano dietro la lavagna oppure scrivere per cento volte una frase nel quaderno. A un mio compagno il maestro Biagio Origa fece scrivere tantissime volte la frase “Non disturbare“.  Una volta, durante la ricreazione, vennero rotti gli occhiali a un compagno. Il maestro ci chiese chi fosse stato, nessuno rispose pur avendo visto chi fosse il colpevole.  “Chi rompe paga e i cocci sono suoi“  ci disse. E convocò i nostri genitori, che dovettero contribuire all’acquisto di nuovi occhiali per il nostro compagno. Le uscite in campagna o al fiume Riu Bellu con l’insegnante rappresentava acquisire nuove conoscenze, ma era anche un momento di svago.  A fine anno scolastico venivano consegnati i premi ed era un onore riceverli. Fui premiata due volte. Ricordo bene l’emozione che provai nel riceverli.  «L’insegnante Maria Zorcolo che avevamo in prima», ricorda Angela Porta, insegnante elementare in pensione, «ci regalava giochi, piccoli oggetti. Mi regalò una bambolina in gomma, la prima della mia vita. Quando facemmo la prima comunione, in prima elementare, regalò a tutte una Madonnina in plastica molto carina. Ogni anno per classe veniva segnalato l’alunno che si distingueva per impegno e profitto e veniva premiato dal direttore Carmelo Laudicini. Le premiazioni venivano fatte a San Gavino Monreale. Ricordo ancora la sala, forse un cinema, un po’ buia con tante poltroncine, con tanti insegnanti e bambini provenienti da vari paesi del circondario». «In prima elementare», prosegue Angela Porta, «la maestra fece tanti complimenti a me e Veronica Vacca e poi non so se fece una scelta o andò per estrazione, ma alla fine, in prima fui premiata io dal direttore e Veronica in seconda. Ricevetti un bellissimo libro illustrato sugli animali. La maestra comunque regalava dei libri ai bambini bravi non premiati dal direttore, in modo da evitare gelosie e per farci appassionare alla lettura. In seconda mi regalò “Pattini d’argento”. A me piaceva tantissimo leggere. Sapevo leggere ancora prima di cominciare la scuola. Mio padre Pietrino mi aveva insegnato a leggere sulla rivista “Famiglia Cristiana” a cui era abbonato».  Le premiazioni venivano fatte a San Gavino Monreale. Ricordo ancora la sala, forse un cinema, un po’ buia con tante poltroncine, con tanti insegnanti e bambini provenienti da vari paesi del circondario», afferma Angela Porta, pensionata, che per tanti anni ha fatto l’insegnante nella scuola elementare. «In prima elementare», ricorda Angela Porta, «la maestra fece tanti complimenti a me e Veronica Vacca e poi non so se fece una scelta o andò per estrazione, ma alla fine, in prima fui premiata io e Veronica in seconda. In prima ricevetti come premio un bellissimo libro illustrato sugli animali. La maestra comunque regalava dei libri ai bambini bravi, non premiati dal direttore, in modo da evitare eventuali gelosie che comunque esistevano anche allora e per farci appassionare alla lettura. In seconda mi regalò “Pattini d’argento”. A me piaceva tantissimo leggere. Sapevo leggere ancora prima di cominciare la scuola. Mi aveva insegnato mio padre Pietrino sulla rivista “Famiglia Cristiana” a cui era abbonato». La scuola ha subito numerosi cambiamenti nel corso degli anni. Le differenze tra quella di un tempo e quella di oggi sono molte e varie. Si è evoluta adattandosi alle esigenze del tempo. Le tecnologie digitali hanno cambiato il mondo della scuola, offrendo nuovi strumenti e opportunità di apprendimento. Anche il rapporto tra famiglia e scuola è cambiato. In passato, le famiglie avevano un ruolo meno attivo nella formazione scolastica dei propri figli, oggi si cerca sempre più di coinvolgere i genitori nel percorso di apprendimento dei  figli, creando un forte legame tra casa e scuola. Raccontare la scuola di una volta ritengo rappresenti una vera pagina di storia o una favola e come ogni favola che si rispetti non può che iniziare con “C’era una volta”.  

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