Pabillonis: Antonangelo Cau, su mest’e pannu strangiu e pittore sensibile


di Dario Frau
  [caption id="attachment_110242" align="alignleft" width="296"] Antonangelo Cau[/caption] Un sarto, non nativo di Pabillonis, classe 1921, che operò in paese per otto anni, dal 1953 al 1961, fu Antonangelo Cau, originario di Masullas, ma residente a Marrubiu, dove aveva una sartoria. Era un personaggio particolare, «sin dall’età scolare e giovanile, mostrava la sua fortissima personalità e la sua grande capacità creativa. Purtroppo, le difficoltà economiche dei genitori (il padre era contadino - pastore e la madre casalinga con la passione per il ricamo) non gli consentirono di frequentare Istituti di scuola superiore. Nonostante ciò, il suo talento artistico gli permise però di superare questo problema ed esprimersi, sia nella sua attività lavorativa sia nella pittura, la sua grande passione», riferisce la figlia Italia.   ARRIVA A PABILLONIS NEL 1953 In paese prese in affitto, a metà del 1953, un locale in via Roma, vicino alla farmacia. La fama di sarto esperto, ben presto, si diffuse in paese e la sartoria attirò tanti clienti. Antonangelo Cau, infatti, era modellista e sarto meticoloso e perfezionista, e nel suo lavoro, creava i propri modelli con genialità, e originalità. Sarto molto apprezzato soprattutto tra i giovani, poiché riusciva a soddisfare le loro richieste, tra cui, in seguito, i famosi pantaloni “a zampa di elefante” (anni 70), e leader riconosciuto anche per gli abiti da sposa e da sposo. TANTI APPRENDISTI La “scuola” di mestu Cau, venne frequentata anche da numerosi apprendisti: Salvatore Lai, Delio Lisci, Erasmo Lisci, Tertulliano Lai, Angelino Lampis. Tanti i ricordi di Angelo Zurru che dopo il periodo trascorso da Francesco Cossu, entrò a far parte della sartoria di Cau. «Mestu Antonangelo era molto competente nel mestiere e bravo come carattere, mi trovai molto bene e migliorai tantissimo, le abilità acquisite, diventando un sarto completo. C’era tanto lavoro allora: per le feste, Pasqua e Natale soprattutto, facevamo anche i turni per soddisfare le richieste, grazie anche all’aiuto di vari operai di fiducia. Nel mio turno lavorava anche la moglie Filomena”, racconta Zurru. TESTIMONIANZE DEGLI APPRENDISTI ZURRU E LISCI [caption id="attachment_110245" align="alignleft" width="296"] Antonagelo Cau da giovane[/caption] Un altro apprendista, che acquisì particolari competenze, fu Delio Lisci, «avevo appreso tante cose e dopo aver imparato a portare l’ago, a imbastire e cucire i pantaloni, piano piano riuscivo anche a finirli», afferma Delio, «Per i lavori finiti venivo pagato a pezzo, ma se lavoravo per completare certi abiti, la paga era poca». Nello stesso periodo c’era anche Salvatore Lai, che, seppur bravo, lasciò la sartoria per andare a fare il cameriere a Genova. Delio restò e acquisì ulteriori competenze: “Avevo lavorato anche a un abito da sposa e stavo per raggiungere anche il traguardo di confezionare l’abito completo. Mestu Cau mi stimolava in questo senso per avere, anche, una paga più alta, poiché tra realizzare una giacca completa e contribuire alla sua realizzazione, c’era differenza». Con questi guadagni Delio non poteva andare avanti perciò lasciò, e andò a lavorare, in un’impresa edile che stava realizzando un canale tra San Gavino e Sanluri Stato. «Con me c’era anche Gervasio Collu, un altro sarto che aveva chiuso la sartoria», ricorda Delio Lisci. L’ex apprendista ha un buon ricordo di Antonangelo Cau e della sua famiglia: «Era  mite e gentile, così anche la moglie Filomena e i figli Silvio, Romano e Italia». GESTORE DEL CINEMA TEATRO VERDI Delio Lisci ricorda anche che mestu Cau, insieme alla famiglia Gobbo, che abitava nella fattoria Saba, in località Surbiu, gestì il Cinema Teatro Verdi di Genesio Espis. «Ciò capitava quando il lavoro in sartoria diminuiva, mio padre allora era solito dedicarsi a lavorare al bar e al cinema del paese, dove prendeva decisioni importanti come quelle relative alla scelta dei film da trasmettere. Organizzava anche feste e veglioni, nei quali ricordo partecipavano tantissime persone, anche dei paesi limitrofi”, precisa la figlia Italia. Agli inizi degli anni 60, anche Antonangelo Cau, però, come altri sarti del paese, chiuse la sartoria e tornò a Marrubiu. RITORNO A MARRUBIU NUOVE ATTIVITA’ Qui continuò la propria attività di sarto e oltre ai lavori consueti, quali pantaloni, giacche, gonne, e il confezionamento di abiti da sposa e sposo, ricevette anche, l’incarico di realizzare e rielaborare i costumi del gruppo folkloristico di Marrubiu. In seguito, fu chiamato anche a insegnare in diversi corsi formativi sull’arte del cucito e della professione di sarto. Quando andò in pensione iniziò a dedicarsi anche all’attività di pittore. Le sue doti artistiche e la qualità dei suoi dipinti sono stati oggetto di apprezzamenti da parte di persone competenti e amanti della pittura. PITTORE SENSIBILE INTENSO Autore di circa 80 tele, le sue opere, inizialmente, erano volte a rappresentare i paesaggi della natura circostante, i luoghi tipici della campagna e delle colline sarde e rappresentazioni locali del paese dove viveva. Momenti importanti per chi, come Antonangelo Cau, ha sempre vissuto nell’intima e sobria realtà del paese. Nelle opere successive mutano le tematiche: le debolezze dell’uomo, i conflitti sociali, la sofferenza della pena e la speranza del riscatto, la deturpazione dell’ambiente. Tra le opere significative “il Padre Onnipotente”, che libera una colomba, simbolo della pace e “l’Angoscia”, dove una donna vestita di stracci, che rappresenta l’Italia, in ginocchio, piange la perdita dei suoi cari e perdita della vita stessa. Le opere più importanti sono state elaborate negli ultimi anni prima del 1990. Dopo non ha potuto dedicarsi più alla pittura, tranne in rari momenti, a causa della malattia che lo ha portato alla morte nel 1995. Un abile sarto e un grande artista dunque, Antonangelo Cau, che a Pabillonis, nonostante siano passati tanti anni, molti lo ricordano come un personaggio speciale, intraprendente, esperto e intelligente, qualità che lo contraddistinguevano, per la sua raffinatezza e talento artistico nella realizzazione degli abiti da cerimonia, sia maschili sia femminili.  

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