Nuraghi, Unesco e una storia troppo poco conosciuta


di Lorenzo Argiolas
Sono oltre duecento i comuni sardi che in questi mesi stanno approvando una mozione che impegna le massime istituzioni politiche, locali e regionali, della Sardegna a porre in essere tutte le azioni necessarie affinché vengano avviate nei tempi più brevi le necessarie procedure volte a riconoscere la tutela di massimo grado del paesaggio culturale e naturale sardo, come quella che potrebbe essere garantita con il riconoscimento dell’Unesco. L’iniziativa è portata avanti da un gruppo politico, presente pure in consiglio regionale e facente parte dell’attuale maggioranza, che già porta avanti la battaglia per l’inserimento dell’insularità in costituzione (ma questo è un altro discorso). L’iniziativa è senz’altro nobile, ne è prova il fatto che la mozione all’unanimità da tutti i consiglieri ovunque, e ha coinvolto anche l’Università di Cagliari. Da semplice appassionato di storia e di cultura della Sardegna vorrei però entrare meglio nel merito di questa rivendicazione e capire meglio a cosa si vuole andare incontro. L’unico sito archeologico visitabile in Sardegna inserito nella lista dei patrimoni mondiali dall’Unesco è “Su Nuraxi” di Barumini. Per il resto parliamo di beni immateriali che fanno parte della tradizione sarda, un esempio su tutti è il canto a tenore. Quali siano i benefici che comporterebbe tale riconoscimento, però, non è chiarissimo. Ciò che è chiaro è la mole di documentazione che occorre produrre per presentare una semplice candidatura.  Ricordiamo tutti cosa accadde più di un anno fa con un altro grande progetto, quello del Parco Geominerario della Sardegna, espulso dalla Rete dei Geoparchi dell’Unesco. Oggi si torna alla carica con un piano, dal mio punto di vista, confusionario e molto meno elaborato. Se il Parco Geominerario, che comprende tremilacinquecento chilometri quadrati di territorio e abbraccia 81 Comuni in tutta la Sardegna, è stato bocciato perché “Non si tratta di un territorio unico, con un’identità comune, e non c’è alcun approccio strategico” - così recita il report di chi ispezionò il territorio del parco - non riesco a capire come possa invece essere preso in considerazione un programma così disordinato come quello che si sta mettendo in piedi attualmente. Senza poi considerare le tesi che vengono veicolate attraverso i social network, le pubblicazioni o le trasmissioni televisive. Tesi, trite e ritrite, secondo cui la civiltà nuragica sarda (perché su quella si focalizza la proposta) sarebbe stata spazzata via da un maremoto nell’undicesimo secolo avanti Cristo. Teoria, questa, che conferirebbe veridicità all’idea per cui Sardegna sarebbe Atlantide, il mito di cui scriveva Platone. Ora, al di là di mozioni infarcite di retorica e tesi strampalate senza alcun fondamento scientifico, non sarebbe meglio se le battaglie prioritarie fossero altre? Ad esempio, come mai non ci battiamo per l’insegnamento della storia della Sardegna nelle scuole di ogni ordine e grado? Una storia che non si ferma ad un determinato periodo ma che analizza il periodo nuragico, quello prenuragico, l’epopea giudicale nell’evo medio sardo e lo sviluppo, con il conseguente declino, della civiltà mineraria (giusto per fare alcuni esempi). Sicuramente sarebbe una risposta efficace al menefreghismo e all’incuria con cui troppo spesso trattiamo i “nostri” monumenti, magari ci darebbe anche la giusta consapevolezza per valorizzarli al meglio senza attendere riconoscimenti e senza la necessità di alimentare miti e leggende al fine di nobilitare un passato già sensazionale.

© Riproduzione riservata