Ciò che era successo, il 25 dicembre 1932 in una casa padronale, nella parte vecchia di Nasturzio non era certo paragonabile alla nascita de su Pippiu, ma per Francischinu, Giuanniccu, Lina e Maria era tutto, non parliamo di Giovanna e il suo sposo Pietrino. La nascita è avvenuta in una stanza al primo piano di una casa comoda e accogliente. Con il pavimento in legno e un letto matrimoniale con materasso in lana. Lana prodotta dalle pecore di nonno Giaunniccu, allevatore e agricoltore. Come per tutti i piccoli proprietari, del resto, lana, carne e grano non mancavano in nessuna casa del villaggio. Molto lavoro, pochi soldi, molta dignità, ma la fame, anche in tempo di guerra, era stata lontana da quella casa. I racconti tramandati, non tutti concordi, narrano di una notte insonne. Su Pippiu, così chiamano i bambini molto piccoli a Nasturzio, dopo gli ultimi calci per cambiare posizione e acquisire quella giusta, sembrava non voler sentire ragioni di nascere. Si nascondeva tra cordone ombelicale e placenta. Aveva ancora voglia di nuotare. Non voleva vedere in faccia nessuno, anche perché era notte. Sarebbe stata la prima notte all’aperto della sua vita. “E se ci fosse stato freddo?” Nonna Maria, madre di figlie femmine, non poteva sapere come si faceva con i maschi. Si chiedeva: “Ma poi sarebbe stato maschio?” Il giorno prima accanto al cammino si discuteva sul sesso. Pietrino e nonno Giuanniccu dicevano che sarebbe stato maschio, anzi, lo sapevano. Anche nonno Francischinu lo voleva maschio. Nonna Lina era sicurissima che sarebbe stato maschio. Si intendeva di gravidanze e aveva osservato la pancia a punta: “Era un maschio, bello e grande”. La levatrice, chiamata d’urgenza, ha interrotto il cenone natalizio e iniziato le operazioni dando ordini secchi e precisi mentre palpeggiava il ventre di Giovanna cercando di fare assumere al nascituro la posizione a pesce che lo avrebbe dovuto aiutare a superare l’ultima strettoia, quella che lo separava da un’aria mai respirata sino ad allora e della quale forse non sentiva neanche bisogno. “Acqua calda, per piacere. Panni puliti. Tienimi lo strumento!” Si muoveva come una che conosce molto bene il mestiere. Le assistenti obbedivano senza discutere. Il sudore iniziava a imperlare il volto della puerpera. Il dolore del travaglio cresceva senza tregua. Le mani abili della levatrice, che aveva fatto nascere generazioni di bambini a Nasturzio, si muovevano con sicurezza. Palpeggiava, stringeva, incoraggiava, chiedeva di essere aiutata da Giovanna. Con sguardo attento, con qualche smorfia sulle labbra e con la fronte più corrugata che liscia, in silenzio, cercava di cogliere ogni piccolo movimento del piccolo. Poi si è seduta sul letto e con tutte le forze delle quali disponeva ha appoggiato l’avambraccio sulla pancia della puerpera, chiedendo un ultimo sforzo. Ops!! Appare il corpicino cianotico de su Pippiu. Un respiro profondo e la testa di Giovanna, sfinita dalle doglie, si abbatte sulla federa bagnata. Il piccolo non piange. Ci vuole tutta l’arte della levatrice per restituire il respiro. Una, due, tre sculacciatine a quel sederino ancora cianotico. Finalmente il vagito riempie la stanza. Il cordone ombelicale è spezzato. Il nodo è fatto. Lavato e ripulito assume un altro aspetto. Avvolto in panni lindi viene appoggiato sulla madre che lo osserva incredula. Ha generato una vita, ed è la notte di Natale. Tutto qui? Facile no!!! Su Pippiu inizia la sua esplorazione sino ad arrivare al suo obiettivo: il seno. Tutto è risistemato e dalla stanza vengono asportati i catini e i panni da lavare. Pietrino alle sei del mattino è ammesso finalmente al talamo nuziale. Ha sofferto in silenzio seguendo i rintocchi delle ore che passavano. L’uomo piange, come tutte le volte che l’emozione è stata forte. Il primo pensiero è per Giovanna, afferra la sua mano, la bacia sulla fronte e sussurra: “Come stai?” “Bene. hai visto che bello?” “È bellissimo! Sei stata bravissima! Un figlio, maschio per giunta, non è da tutti”. Due lacrime spuntano negli occhi di entrambi. Sottovoce, l’uno bisbiglia all’orecchio dell’altra qualcosa. Giovanna batte le ciglia e conferma con un cenno del capo. Nessuno deve sapere, per ora. Nonna Lina abbraccia il figlio come non aveva fatto mai, anche lei piange. Francischinu e Giuanniccu sono rimasti al piano terra, assieme ad alcune vicine giunte per dare man forte se mai ce ne fosse stato bisogno. Sulla tavola imbandita per la festa il cibo si è sfreddato, la coratella, il pane abbrustolito e la testina dell’agnello. I due uomini hanno parlato sottovoce trattenendo il respiro per poter sentire i rumori che provenivano dalla stanza da letto. Rispettosissimi hanno lasciato agli altri la gioia di vedere per primi il nipote. Sono così, discreti, ma stasera molto commossi. Uomini capaci di scegliere e valorizzare i momenti di gioia e soffrire in silenzio per il dolore. Nati alla fine del 1800, prima della grande guerra mondiale, ne avevano viste e sentite tante. L’uno agricoltore e allevatore, l’altro un buon artigiano. Babbo Pietrino esce nel cortiletto dove si trova il pozzo, pesca un secchio d’acqua, si rinfresca le idee e toglie dal suo viso l’ansia e la fatica della notte, si sente fortissimo e riposatissimo, è padre di un bambino e le stelle, più luminose che mai, in un cielo senza foschia, lo stanno a guardare. Ha ringraziato Dio più di una volta, anche quando pareva che il piccolo non ce l’avrebbe fatta. Deve andare da predi Srabadòri. Deve dirgli della nascita e il nome che darà al bambino. In chiesa, a missa de Puddus si saranno domandati perché le due famiglie non ci fossero. Non erano mai mancate alla messa che celebrava la nascita di Gesù. Sicuramente si erano dati anche la risposta. Pietrino era stato alla novena di Natale ogni giorno, aveva offerto al Signore i suoi affanni, le incognite, la fatica di Giovanna, le sue attese. Incoraggiato da nonna Maria e Lina, che lo tranquillizzano, si dirige verso la chiesa. Non gli hanno chiesto come si chiamerà il bambino, anche se muoiono dal desiderio di saperlo. Lo hanno visto avvicinarsi a Giovanna e bisbigliare qualcosa, hanno solo provato a indovinare. Sono le sei, bisogna andare. Uno sguardo e una carezza alla sposa e al bimbo che ora, stanco e soddisfatto del latte materno, dorme e via. Predi Srabadòri sta distribuendo la comunione, mentre l’organo, suonato da Amelia accompagna il coro che canta Adeste fideles, la messa dell’aurora sta per finire, il canto finale, Tu scendi dalle stelle è eseguito a voci spiegate, di festa, poi gli auguri. Non fa in tempo a dare la benedizione finale che le donne presenti circondano l’uomo per chiedergli come fosse andata. Tutte sanno anche se nessuno lo aveva comunicato. Da donne stanno intorno a Pietrino, vogliono sapere com’è andata, sesso, peso, durata del travaglio, tutti elementi necessari per farsi un’idea precisa. È un Natale speciale e non glielo mandano a dire. Le donne di Nasturzio sanno gioire e soffrire e per questo ricoprono d’affetto Pietrino, sanno che non è stata una passeggiata, ne hanno viste tante, una guerra, la spagnola e molto lavoro per allevare stuoli di figli. Le anziane lo abbracciano e baciano come se fosse loro figlio. Le giovani lo invidiano un po’. Pietrino ringrazia. Molte sono le sue tzie, quelle che ogni domenica lo ascoltano quando parla alla riunione di Azione Cattolica. Predi Srabadòri, come i confratelli e i chierichetti, sta svestendo i paramenti liturgici mentre una fila di uomini e donne della comunità aspetta rispettosamente che Sebastiano li autorizzi a entrare per scambiarsi gli auguri. Finalmente, quando riesce a uscire dalla sacrestia gli viene incontro sorridente e lo abbraccia. Sebastiano e le donne fanno spazio. Racconta la nottata mentre il prete lo ascolta. Felice per la vita. “Che nome avete deciso di dare al bambino in questo giorno speciale?” “Natale!” “Ma… santi con quel nome la chiesa ne ha pochini”. “Oggi è Natale e con Giovanna abbiamo scelto di chiamarlo così. Non è possibile?” Era Natale e si sarebbe chiamato Natale. Mentre si recava in chiesa ripeteva il nome quasi come una giaculatoria, pensava a come sarebbe stato dolce chiamarlo Natalino, fallo giocare sulle sue ginocchia davanti al caminetto e cantargli i canti natalizi. “È possibile, è possibile! Anche se i santi col nome Natale sono pochi. Rientriamo in sacrestia e vediamo cosa scrive il librone. C’è un San Natale Chabanel, gesuita, martirizzato nel 1649, un arcivescovo di Milano, morto nel 751, due San Natale preti e due santi francesi, pochi, in verità. Se non fosse nato tuo figlio… non avrei saputo. Va bene”. Appunta il nome su un vecchio quaderno, non c’è bisogno di data, mentre i canti annunciano la seconda messa del mattino. Il ritorno a casa dura circa un’ora nonostante la distanza tra casa e chiesa sia molto breve. Gli auguri di Buon Natale si confondono con quelli della nascita di Natale, qualcuno vuole forzare l’uomo a bere un bicchiere per augurare lunga vita al bambino. Rifiuta. Il ritorno verso casa per annunciare il nome che sarà tante volte ripetuto. Gli antipasti preparati con cura, l’arrosto è sullo spiedo, il vino nuovo è stato spillato, la preparazione del pranzo di Natale è incominciata. Giovanna e Pietrino, come si dice a Nasturzio, “funti schissiàus de su prèxus”, Natalino beatamente riposa. È Natale!
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