>Quando arrivi a Montevecchio ti sembra di entrare in un tempo sospeso: impianti minerari e colline sventrate segno del passato, paesaggi e opere dell’uomo da vivere e per raccontare il futuro. Certo la Miniera ha significato sviluppo, ma anche sfruttamento, lotte e sacrifici per migliaia di uomini e famiglie. Ha però significato anche tanta cura dei boschi, un paesaggio urbano di austera eleganza. In fondo dietro questo grande patrimonio, in parte cadente ma ancora vivo, c’è il lavoro di migliaia di minatori, operai e tecnici dei nostri paesi. Le dune di Piscinas e l’areale del cervo sardo fanno da sfondo a questa ricchezza.
Il Comune di Guspini ha puntato a recuperare e a fare opera di protezione di decine di impianti, immobili e officine dell’area mineraria. Sono stati spesi dodici milioni di euro, intervento indubbiamente necessario per salvaguardare quel patrimonio storico e la sua memoria. Ciò che ancora manca (in gran parte) è il ritorno economico di tali investimenti, in termini di lavoro e di crescita dei nostri paesi.
A Ingurtosu il vecchio ospedale della miniera è stato ristrutturato con l’intento di farne una struttura di tipo ricettivo, ma il Comune di Arbus non può utilizzarla per difficoltà burocratiche che l’Igea (società in house della Regione) frappone. Intanto questo immobile rimane chiuso e alcune sue parti mostrano già segni di degrado.
Alla Foresteria di Montevecchio si arriva attraverso un viale signorile costeggiato da un filare di vecchi pini. L’immobile colpisce per la sua aristocratica eleganza ma anche qui non vi è la possibilità che diventi, ad oggi, una struttura ricettiva; nel frattempo ospita una mostra di diorami.Il Palazzo della Direzione di Ingurtosu (chiuso e inutilizzato) contrasta nella sua bellezza con l’immobilismo e la mancata valorizzazione.
La Galleria Anglosarda, occasione di interesse e di forte emozione per tutti quei turisti che poterono visitarla tempo fa, è rimasta chiusa per diversi anni per lavori di ripristino. Anche se presto sarà riaperta: uno spiraglio, insieme alla progressiva crescita degli ingressi nei siti minierari (di circa 6 mila negli ultimi dieci anni, sfiorando gli 11 mila visitatori nel 2017).
Che la Regione abbia grande responsabilità in tutto questo è indubbio, sia per l’operato dell’IGEA, sia per la sua diretta azione politica: a partire dalla modifica, per cui i sindaci protestano da tempo, dell’articolo 8 della Legge regionale n. 33 sulla “riconversione delle aree minerarie” che vincola gli immobili, con una miopia politica, alla “pubblica utilità”. (Quindi niente strutture ricettive, solo immobili imbalsamati).
Buone scelte sarebbero quelle tendenti alla creazione di servizi indispensabili per l’avvio di una vera e propria attività turistica a Montevecchio: posti letto, una farmacia e un ufficio postale funzionanti almeno nei periodi più importanti, una strada degna di questo nome tra Montevecchio e Ingurtosu e non l’attuale polverosa pista nel deserto.
Montevecchio e i suoi estesi impianti dell’industria mineraria, in fondo, sono un grande museo a cielo aperto (non imbalsamato tra quattro mura), il Palazzo della Direzione con i suoi tesori basta e avanza.
Ci sarebbero tutte le condizioni (ambientali, storiche, di archeologia industriale, di bellezza delle coste vicine) per un flusso turistico notevole. A beneficiarne sarebbero parecchi giovani dei nostri paesi (a centinaia hanno ripreso la via dell’emigrazione, un’emorragia continua, si vedano i grafici), ma più in generale tutto il territorio: si pensi all’agricoltura specializzata e moderna che paesi come Gonnosfanadiga e Villacidro sanno offrire. Un approccio e organizzazione comune in fatto di turismo dovrebbero essere obiettivo comune delle varie amministrazioni, e non solo comunali, così come delle attività e imprese del territorio. Certamente il Comune di Arbus - parlo dei decenni precedenti - fece delle scelte urbanistiche di sviluppo turistico che sono sotto gli occhi di tutti (di destra o di sinistra che fossero le amministrazioni).
La località turistica di Torre dei Corsari (e più tardi di Portu Maga) è la dimostrazione di uno spreco di risorse (naturali e finanziarie) e di risultati economici irrilevanti per Arbus e per i paesi vicini. Parecchie centinaia di case e villette a schiera hanno occupato colline intere (una volta habitat della palmetta nana), a ridosso di quella splendida e lunga spiaggia che arriva fino a Pistis. Un paesaggio una volta spettacolare delimitato dalle dune sabbiose con le macchie di ginepro e di lentischio. Quando alcuni anni fa il ricercatore e divulgatore scientifico Mario Tozzi venne da queste parti parlò senza perifrasi di “scempio”. Questa parte di costa poteva benissimo accogliere strutture ricettive (anche decine) e creare molti posti di lavoro. I proprietari di quelle case e villette a schiera vengono dai paesi vicini, non aggiungono nulla all’economia dei consumi della zona (carne e spaghetti rimangono quelli!). In compenso gli affitti in nero dilagano. Lo spreco di risorse e l’assenza di risultati sono ben visibili: l’impianto da tennis (di lusso, con quattro campi, gradinate e illuminazione) e il vicino maneggio in stato di abbandono con parecchie centinaia di migliaia di euro buttati al vento. Per il pessimista questo quadro può sembrare deludente, per l’ottimista può però farsi viva e vicina la speranza, mentre tutti chiediamo che volontà e capacità politica diventino concrete.
Paolo Tuveri
© Riproduzione riservata