Le interviste bisognerebbe farle di persona. Ma non sempre è possibile. Fare un’intervista telefonica a un ragazzo che non hai mai visto, lascia largo spazio all’immaginazione. Vedi i denti di Matteo Porru, che riverberano il sole novembrino. [caption id="attachment_77722" align="alignleft" width="401"]
Matteo Porru[/caption]
Senti l’odore delle parole, il profumo delle risate, il rumore dei palpiti del suo cuore.
Il colore dei suoi pensieri e il sapore dei suoi diciannove anni. Come quando diciannove anni li avevi tu.
Il cellulare agganciato al castello di Sanluri, busca quello agganciato all’Amsicora.
Dettorino, iscritto alla Cà Foscari di Venezia, città di sua mamma, lo scrivano racconta. “Esordio con “The Mission” (2017) appena quattro anni fa. ”Sembra stia parlando di avvenimenti cristallizzati da ere geologiche. Il fatto è che nella testa di Porru da Casteddu, in pochi anni sono passati scritti, oceani di emozioni, picchi, glicemici e non.
Matteo scherza con gli scherzi del pancreas. Ci convive, perché non esiste un altro modo.
Matteo e l’amore.
“Lo so che è una cosa atipica. Al primo anno del Dettori, vestivo in giacca e cravatta. Mi ero innamorato di una ragazza più grande. Uscivo alla quarta ora, andavo da Angelo, compravo dei fiori e, assieme a una dedica scritta su un biglietto, non li davo alla ragazza di cui ero innamorato. Li appendevo nell’inferriata verde del liceo.”
Il piacere della scrittura.
“Da giovanissimo avevo un sogno: diventare regista. A tredici anni realizzavo dei cortometraggi. Un programma mi permetteva di fare animazione, sviluppavo la storia, aggiungevo la colonna sonora e mandavo in rete. Poi mi sono reso conto che per cambiare prospettiva bisognava fare un lavoro immane. Ecco perché mi sono dato alla scrittura. Mi sento onnipotente. Nel breve tempo scrivo quello che voglio.”
Compone “Talismani” racconto breve, composto di getto dopo aver visto un reportage sull’ Afghanistan.
Lo ha fatto così bene, che quelli del Campiello giovani, nel 2019 gli hanno “dovuto” assegnare la vittoria.
Se fosse un calciatore si direbbe che ha una grande visione di gioco, tipo Pirlo. Non impazzisce per lo sport, “Da piccolo ho dovuto nuotare molto per correggere la scoliosi. Andare in piscina era un lavoro. Per questo non ho grosse simpatie per lo sport. Ma la domenica riunione di famiglia per vedere la partita del Cagliari. Con babbo milanista e fratello bianconero.”
Gli piace ascoltare la musica classica rivisitata e quella elettronica, non sopporta il reggaeton.
Adora i viaggi. E Venezia?
“Venezia è Venezia! Un veneziano non ti dirà mai sono veneto, bensì sono veneziano.”
Nella città dei dogi, come detto si è iscritto alla Cà Foscari. Ma ha seguito solo una lezione in presenza, le altre con la didattica a distanza. Sogna un mondo dove la ricchezza sia data dal capitale umano, “Ci sto lavorando per teorizzarla e scriverne”. Il capitale umano, la vera ricchezza è quella umana.
“Quando sono a bordo di un mezzo non guardo il panorama, non mi interessa. Guardo le persone, le loro facce, i loro tic. Traggo informazioni per i miei libri. Sono profondamente empatico.”
Nello schermo del telefono, il cronometro segna un’ora di conversazione. Una chiacchierata intensa e al tempo stesso lieve.
Pesante quanto la metà di una piuma.
Il cellulare dal quale parla, ode i fenicotteri che si specchiano sul mare kalaritanum.
Si emoziona quando cita i suoi amici-maestri: Gianni Filippini, Maria Paola Masala e Giacomo Mameli.
Cita anche altri amici: Anthony Muroni e Paolo Pinna Parpaglia.
“Si cresce con le sberle, non con le carezze”. Matteo ha ricevuto tanti utili consigli. Ne è cosciente e riconescente.
Le interviste sono difficili con la gente difficile e facili con la gente semplice. La semplicità è la dote migliore di Matteo. Merce che oggi puoi trovare solo guardando al microscopio elettronico.
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