di Maurizio Onidi
Nei quartieri periferici della città di Torino, nobile decaduta che negli anni del boom economico hanno accolto la forza lavoro proveniente dal meridione d’Italia, Massimo Miro, scrittore di origini sarde-guspinesi, ambienta la storia del suo ultimo libro “La faglia”. Il romanzo racconta la storia di cinque amici “Ultimi figli della classe operaia” che scoprono il covo delle brigate rosse dove è tenuto nascosto Aldo Moro e che a loro volta rapiscono l’ostaggio. Da lì inizia un’avventura tragicomica che costringerà i protagonisti a fare i conti per la prima volta con la realtà di una società molto difficile.
Lei era un ragazzo quando avvenne questo fatto, come mai ha deciso dopo anni di scriverlo?
«Nel 1978 avevo undici anni. Pochi, si potrebbe pensare. Eppure, in quegli anni, l’atmosfera a Torino era così pesante, da influenzare anche la vita dei bambini, soprattutto quelli più sensibili. A Torino c’erano posti di blocco ovunque, ogni giorno c’era un attentato, i muri erano pieni di scritte minacciose, e in televisione parlavano sempre di Torino, del processo alle Brigate Rosse, del fatto che nessuno, volesse fare parte della giuria popolare, per paura di ritorsioni. La mia professoressa di italiano alle scuole medie, proprio mentre veniva a scuola, venne coinvolta in un attentato, le BR uccisero suo marito, un dirigente della Fiat. Un pomeriggio, passando con il tram in Corso Belgio, vidi un mazzo di fiori ad una fermata, e delle macchie di sangue. Avevano ucciso un brigadiere dei carabinieri. Quando vidi le immagini del rapimento di Aldo Moro in televisione, a soli undici anni, malgrado fossi già assuefatto dalle immagini di morte, e violenza, rimasi molto colpito da quei corpi per terra, i rivoli di sangue, i bossoli. Il romanzo però non parla di tutto ciò, ne “La faglia” quella città è uno scenario sottointeso, non volevo appesantire la narrazione. Tuttavia Torino è l’assoluta protagonista, con la sua bellezza nobile e decaduta, il suo passato industriale che è ancora possibile scorgere nella sua toponomastica, asservita a flussi e processi produttivi. Quartieri periferici cresciuti a nord e a sud della città, ricettivi della forza lavoro proveniente dal meridione d’Italia. E’ lì che si sono create nuove aggregazioni, è lì che si è spezzato un anello della catena tra le generazioni, quel legame culturale che garantiva continuità alla tradizione. La mancanza delle piazze del paese ad esempio, dove le comunità si mantenevano tali, dove gli anziani del paese erano un riferimento ed esercitavano il controllo sui giovani. Venuto a mancare questo legame, in questi quartieri antropici e alienanti, i giovani, compresi i miei protagonisti, si sono persi».
Nel suo romanzo “La faglia”, la storia che accomuna i cinque autori della scoperta del covo delle Brigate Rosse e del successivo rapimento dell’ostaggio, mette in luce le mille sfaccettature conseguenti alla “lotta di classe” soprattutto nelle grandi città industriali del nord. Quale era il fine che si proponevano?
«I miei personaggi non hanno consapevolezza del loro ruolo nella società, né tantomeno un progetto per un futuro. Ho voluto rappresentare proprio questo senso di smarrimento di fronte al cambiamento, proprio nel momento in cui serve fare una scelta. Ma loro non hanno un disegno per il futuro. Tutto quello che sanno è che non vogliono fare il lavoro dei loro genitori, rappresentati come zombie casa fabbrica, su tre turni. Nel mio romanzo i genitori compaiono solo come entità marginale, ed è stata una scelta, proprio per rappresentare la distanza tra quelle due generazioni, la loro assenza nelle lunghe giornate dei miei protagonisti, lasciati letteralmente soli. Fu un errore imperdonabile, perché tanti di loro non sono stati capaci di regolarsi, adattarsi con la disciplina ad una anarchia sociale, dove i più deboli sono crollati, non ce l’hanno fatta. Nel quartiere di Borgo Stura la lotta di classe non è mai entrata. La lotta di classe era una questione borghese, è stata compresa solo nelle mura della fabbrica e nelle università. Si capisce solo quello che si vede o quello che si studia, il fenomeno del degrado delle periferie era un fenomeno riflesso, il benessere del centro e della collina era troppo lontano per costituire un piano di riscontro, o una qualsiasi analisi. Perché loro hanno tutte le possibilità, e io no? I miei protagonisti si chiudono quindi in un mondo a sé, le loro dinamiche appartengono alla legge della strada. Per loro l’unica cosa che contava era l’appartenenza, al quartiere. La banda era tutto ciò che avevano, la cosa più concreta sulla quale potevano contare. La città era nel suo apice demografico, si stava già trasformando. Se ci pensiamo, la critica alla società, manifestata con mezzi più o meno condivisibili, era però fondata. Avevano ragione loro, si potrebbe dire. Ne “La faglia”, il destino della mia sgangherata banda di ragazzi di periferia, incrocia quello di Aldo Moro per caso. Un giorno, uno di loro è certo di averlo visto in una casa, steso su un letto. Da lì inizia un’avventura tragicomica: il blitz per la sua improbabile liberazione, che condurrà agli eventi successivi, come una tragica reazione a catena che costringerà i miei protagonisti a fare i conti per la prima volta con la realtà di una società molto difficile».
Qual è il suo rapporto con la Sardegna e in particolare con Guspini, paese natio dei suoi genitori che lasciarono nel 1961 per trasferirsi al nord?
«Sono di origini sarde, nato a Milano, vivo a Torino. Quando mi chiedono quali siano le mie radici però, non ho dubbi. Io sono sardo, sento di esserlo profondamente, ed è singolare come passando gli anni, il legame con le origini si stabilisca e si rafforzi. I miei genitori lasciarono Guspini per trasferirsi a Milano, mia madre aveva diciannove anni, mio padre ventiquattro. Fecero quello che alla mia generazione è stato risparmiato, ovvero, quella cosa difficile di lasciare la propria terra perché in quella terra non vedi un futuro. A Guspini abbiamo ancora una casa, proprio nel centro del paese. Ci ho passato tante estati, ricordo le visite ai parenti, quelle sedie messe a cerchio nei cortili, all’ombra dei limoni, il silenzio delle strade, quei pomeriggi caldissimi, i discorsi in dialetto. Quando ero ragazzo, vivevo tutto questo con insofferenza, il paese mi soffocava, non vedevo l’ora di tornare a Torino, tra grandi palazzi, pullman, traffico. Più passa il tempo invece, più provo insofferenza verso la velocità della vita moderna della grande città, allora sento il bisogno di un senso inverso, delle sensazioni che solo il luogo delle origini può farti provare».
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