>Antichissima è la storia del folclore isolano e nessuno potrebbe affermare con sicurezza quando esso sia nato. La produzione letteraria sarda è stata inizialmente e per lungo tempo orale: forme rituali, canti di iniziazione, nenie accorate, lamenti funebri e così via, trasmessi di generazione in generazione e giunti ai nostri avi, attraverso l’opera intelligente e volenterosa di esperti raccoglitori. Una forma di letteratura orale, quindi, basata sull’improvvisazione. Si può, anzi, affermare che nella fusione della parola, del canto e dei gesti, si rispecchiasse la complessità delle esperienze e della produzione della Sardegna primitiva. Con i contatti derivati dalle successive dominazioni, la Sardegna tendeva, sempre più, ad esprimersi negli idiomi e nelle forme dei popoli colonizzatori e dava in tal modo inizio alla così detta letteratura sarda, di natura quanto mai complessa. Il progressivo esaurimento della cultura autoctona primitiva e l’esi- stenza di espressioni letterarie, posero nell’Isola nuovi problemi. La creazione di una cultura omogenea, si presentava quanto mai difficile sul piano della letteratura e della lingua in particolare, poiché si trattava di unificare non pochi idiomi e di costruire, quindi, un edificio nuovo. E gli idiomi furono fondamentali elementi di vita nell’attività spirituale e morale del popolo sardo. Il Gallurese, il Catalano, il Logudorese, il Campidanese e così via, diventarono espressioni linguistiche isolane, schiette e incontaminate. Da qui affiora, col tempo, un dovizioso patrimonio di civiltà polifonica e folcloristica, custodita da studiosi che affidano le loro composizioni musicali e poetiche, alle risorse della voce umana. E in quelle manifestazioni di musiche vocali, il canto è affidato alle donne come agli uomini. Eterne melodie si colorano di quelle sfumature timbriche caratteristiche, che scendono nell’anima, irrobustendola e sublimandola. Ottave, mottetti, odi libere, sonetti, svariate forme di poesie dialettali, nella metrica Leopardiana, Manzoniana, Carducciana, scaturiscono spontaneamente da questa Terra di poeti, nati per immortalare col canto la loro piccola patria. Poeti come Carlo Buragna, Antonio Lo Frasso, Pietro Delitala e Giovanni Delogu e col tempo Paolo Mossa, Melchiorre Murenu, Padre Luca Cubeddu, Peppino Mereu e tanti altri, seguiti da un’interminabile schiera di poeti improvvisatori, hanno dato lustro a questa permanente gara di esibizione canora. Loro tema prescelto è quasi sempre la Sardegna, di cui rievocano le epiche gesta, i momenti più tristi, gli aspetti più vari della tormentata vita isolana. Ogni canto riflette una gioia o un dolore, una vittoria o una battaglia perduta. Risalgono all’oscuro periodo dei feudatari, i versi del poeta Francesco Mannu:- Procurad’e moderare Barones sa tirannìa, si chi no pro vida mia torrades a pe’ in terra- E’ questo, certamente, un periodo molto tragico, in cui l’esorbitan- za del potere e il torchio delle tasse, facevano del contribuente sardo un povero relitto umano. Non meno duro e instabile era il periodo in cui, il bravissimo poeta Peppino Mereu, per lungo tempo dimenticato e in ultimo commemorato dal compianto Dott. Raimondo Carta Raspi, così scriveva:- Cale barca in su mare sena ghia- perigulante in su fatale iscogliu- tue sese o diletta Terra mia- E più avanti ancora:- Certas faccias ipocritas e tostas- si rien de su bene e de su male- mudana in d’unu die milli crostas!- Ma la poesia dialettale, non è solo dei poeti nati, degli improvvisatori, dei fortunati che hanno ricevuto l’estro da madre natura, essa è diventata possibile un po’ a tutti. Cantano le belle fanciulle al telaio e tra una spola e l’altra sospirano, ispirando il loro canto al principe azzurro che verrà, per portarle lontano verso la gioia e la felicità tanto agognata. Canta la moglie dell’emigrante e il suo canto è il lamento penoso di colei che ha visto partire l’amato congiunto, senza certezza di ritorno. Canta il pastore nelle aspre montagne della Barbagia, accarezzando i quattro velli, che costituiscono tutta la sua ricchezza; il suo canto accorato fa eco nel piano e la voce di rimando par che gli dica: spera!- Canta il robusto barcaiolo che si stacca con nostalgia dalla riva, salutando con deferenza religiosa la sua Terra amata, a cui conta di far ritorno all’alba. Pare quasi che l’armoniosa Calliope, l’inneggiante Polinnia e l’elegiaca Euterpe, con le altre sei muse sorelle, scendendo dal sacro monte Elicona e varcando i confini della Beozia, dopo aver viaggiato sulle ali di un sogno, abbiano posato il piede su questa Terra benedetta da Dio, per nobilitare un eterno canto. [caption id="attachment_20814" align="alignnone" width="408"]
Maria Carta[/caption]
Protagonista di questa sagra canora e purissima espressione di questo folclore Isolano, è oggi Maria Carta, la fatina di Siligo. La sua voce calda e vellutata, la cui vaporosa modulazione scende nell’anima e la conquista, è legata ad un solo, inconfondibile nome: la Sardegna che lei ama. Mi par di sentire ancora Maria Carta quando, parecchi anni addietro, in occasione del passaggio della Telesquadra a Sardara, dopo la rappresentazione di una mia commedia, si esibì cantando “Pastorella sarda” e “Buon anno e buona fortuna”. Fu un vero trionfo, un consenso generale e Sardara le tributò tutto il suo affetto. Questa donna di animo nobilissimo, che io ebbi l’onore di ospitare allora, sarebbe potuta diventare, attraverso una celere scalata, degna rappresentante della musica leggera italiana; ma la sua anima pura, il suo cuore buono e generoso, optarono per il folclore, per le nobili tradizioni della sua Terra. E da allora, Maria Carta, canta per Lei; il suo è il canto della fede che si protende verso il cielo ormai terso, come una calda preghiera che comprenda l’umano misto al divino; è il vero canto della Sardegna che si risveglia dal millenario torpore, purificata dalle sofferenze e con larga visione di propositi, consapevole ormai, che quel complesso di virtù umane deve essere indirizzato nella lotta pacifica per un mondo spiritualmente ed economicamente migliore, partendo da questo moto: “Godere con chi gode, soffrire con chi soffre”. Questo vuole la nostra Sardegna e questo dice Maria Carta che, nel suo canto melodico, fedelmente incarna il folclore sardo e con esso i momenti e gli aspetti della vita isolana. È la Sardegna di Grazia Deledda e di Sebastiano Satta, ma ormai dimentica di un atroce passato e fiera del suo avvenire, certa di aver superato i duri tempi di “Canne al vento” e di “Elias Poltolu”, degli stazzi e delle baracche, per inserirsi, definitivamente, nella via luminosa della rinascita e del progresso sociale.
Abramo Garau
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