Lo scorso 17 maggio don Francesco Murgia ha celebrato la sua prima metà di secolo dal giorno in cui è stato ordinato sacerdote. Nato a Baressa il 4 ottobre 1945, era il 17 maggio del 1970 quando l’allora Papa, Paolo VI, lo ordinò presbitero nella basilica di San Pietro. «Facevo parte di un gruppo di quasi trecento diaconi provenienti da tutto il mondo» spiega il parroco «che ha potuto partecipare a quella indimenticabile cerimonia di fronte a fedeli dei quartieri più poveri di Roma. Un ricordo che custodisco gelosamente nel mio cuore per via delle forti emozioni provate quel giorno». Arrivato nel paese dieci anni fa per sostituire don Giulio Marongiu, si è subito distinto per il suo fare gentile verso il prossimo e per la volontà a dare impulso a nuove iniziative. L’arrivo a Lunamatrona, avvenuto nel 2010, fu caratterizzato, sulla scia del buon ricordo lasciato ai fedeli della sua precedente parrocchia, quella di Ales, da una petizione firmata da circa trecento persone affinché l’allora vescovo, Giovanni Dettori, recedesse dalla decisione di trasferire il parroco nella comunità della Marmilla. Una lettera che non andò a buon fine, ma che mise in evidenza alcuni suoi apprezzati aspetti umani, quegli stessi poi mostrati anche alla comunità lunamatronese: «A don Murgia diamo il merito» si evince da quella petizione firmata dei fedeli di Ales «di averci insegnato i principi sani dettati da una bontà d’animo autentica».
Un percorso ecclesiastico, quello di don Francesco, che l’ha visto guida spirituale in numerose parrocchie: gli inizi a Villacidro e a seguire le comunità di Zeppara, Ales, Guspini, di nuovo Ales dal 1986 e, quindi, Lunamatrona.
Al di là della sua dedizione e gentilezza verso il prossimo, gli vengono riconosciuti altri meriti: innanzitutto quello di aver dato continuità a diverse iniziative pregresse molto care alla comunità e, al contempo, per averne avviate delle nuove: fra queste ultime vi è la messa a nuovo dell’oratorio don Milani e con esso le diverse iniziative che, anche grazie all’attività dei volontari che lo coordinano, ha portato e sta portando avanti.
«Mi sento un sacerdote fortunato» ha commentato don Francesco in risposta a un suo commento sul suo personale anniversario «perché la gente in questi anni ha dimostrato di volermi bene rispettando il mio ruolo che è quello di essere “un uomo scelto da Dio per parlare di uomini” e “dagli uomini per parlare di Dio”». In particolare una frase di Tommaso Moro è stata la sua stella polare nel corso di questi decenni; un inno alla ponderatezza, virtù dalla quale, specie quando si sceglie di essere una guida per il prossimo, non si può prescindere: «Ho sempre chiesto a Dio che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, di avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare e, soprattutto, la saggezza di saperle distinguere».
Non gli è mancato in questi giorni un pizzico di dispiacere per non aver potuto festeggiare i cinquant’anni di sacerdozio con una messa in chiesa insieme ai fedeli visto che l’anniversario è caduto in piena emergenza coronavirus: «Spero che per il mio settantacinquesimo compleanno possa essere l’occasione giusta per ricordare il mio ordinamento a sacerdote, sperando che quel giorno questo triste periodo sia solo un brutto ricordo».
Infine, visti i tanti attestati di affetto ricevuto, non è mancata una considerazione sul suo futuro: «L’età avanza e con essa, purtroppo, si fa sentire anche qualche acciacco» conclude «mi fermerò quando avrò la consapevolezza di non riuscire più a proseguire: sino ad allora continuerò con lo spirito e la forza che Dio mi ha sempre dato e che, mi auguro, possa ancora darmi.
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