Lunamatrona, Alfonso Mereu: dalla passione per il calcio virtuale alla vittoria al campionato europeo con la maglia dell’Italia


di Simone Muscas
Si chiama Alfonso Mereu, ha 27 anni, e lo scorso maggio si è laureato campione d’Europa con la nazionale italiana di calcio virtuale. Una passione, la sua, che nasce nel periodo dell’adolescenza e che, allenamento dopo allenamento, lo ha portato a un risultato tanto inatteso per le tempistiche quanto per le soddisfazioni che ne sono scaturite. A tutti gli effetti pioniere di una disciplina sportiva nuova, lo abbiamo incontrato per conoscerlo meglio e capire cosa sia il calcio virtuale, disciplina sportiva che è sta prendendo piede in maniera esponenziale in tutto il mondo.  Alfonso, quando e come nasce questa sua “passione”? Ho iniziato da piccolo: sono stato “instradato” da mio fratello Carlo; insieme utilizzavamo console superate e antesignane della “Pro Evolution Soccer” (nota con l’acronimo di “PES”) che è la versione oggi utilizzata dalla UEFA, la federazione calcistica europea di calcio che, da poco tempo, si occupa anche di calcio virtuale. A proposito di UEFA, a un certo punto il suo praticare calcio virtuale è diventato qualcosa in più di una semplice passione. Sì. Ciò è avvenuto appena due anni fa quando ho iniziato con le competizioni ufficiali. Prima del 2019 esisteva un campionato del mondo “PES” che veniva organizzato dalla stessa azienda produttrice del gioco a cui io, però, non ho mai avuto modo di prendervi parte. Il mio approccio alle gare è arrivato infatti con la concomitante organizzazione dei campionati europei di “PES” da parte della UEFA per l’anno 2020. Da quel momento la FIGC, il massimo organismo calcistico italiano, e le altre federazioni nazionali europee hanno quindi preso atto di questa decisione e iniziato a selezionare i migliori giocatori di questa specialità. Ed ecco che qualcuno si accorge di lei. Sì, è stato tutto veloce e, forse anche per questo motivo, ancora più bello. Siamo partiti in duemila aspiranti giocatori di calcio virtuale selezionabili per la nazionale. Da quelli la FIGC ne ha scelto sedici che, dopo uno stage a Coverciano, sono diventati quattro di cui uno ero io. Il campionato europeo si sarebbe dovuto svolgere a Londra, però, a causa dell'emergenza Coronavirus, si è invece svolto a distanza con i partecipanti che vi hanno potuto partecipare in collegamento web dalle proprie abitazioni. Avete vinto battendo alcune compagini molto forti e, da quel che si diceva, molto più quotate dell’Italia. Si, su tutte la Francia in semifinale e la Serbia in finale, due mostri sacri della specialità. Prima, però, abbiamo superato il girone di qualificazione composto da Danimarca, Serbia e Turchia e, nei quarti di finale, Israele.  Pensavate sin dall’inizio di potercela fare? Credevamo di poter vincere, eravamo consapevoli di potercela giocare alla pari con tutti. Dopo il successo c’è stata una grande festa: i miei compagni e io abbiamo urlato dalle nostre camere come matti. Inoltre, per il fatto che le nostre vittorie sono arrivate in piena emergenza sanitaria, sono stati tanti coloro che hanno avuto la possibilità di seguirci. È stato bello poter regalare emozioni in un momento così particolare e, seppur per poco tempo, essere riusciti a far dimenticare ai tifosi le paure e le ansie della pandemia. Oltre alla vittoria in una competizione ufficiale, sarete ricordati come dei pionieri del calcio virtuale. Non è poco, non trova? Sì, al di là del successo in sé, siamo consapevoli che sia stata una vittoria importante anche sotto questo aspetto. Proprio per la sua veloce ascesa, di recente, il calcio virtuale è ora stato riconosciuto come vera e propria disciplina sportiva. Dopo questa vittoria, quali i prossimi obiettivi? Innanzitutto poter continuare a vestire la maglia azzurra, per me grande orgoglio. Quindi poter finalmente iniziare il campionato nazionale di calcio virtuale con l’Hellas Verona, società con la quale sono tesserato. Quest’anno si sarebbe dovuta tenere la prima edizione della Serie A: sfortunatamente è saltata per via dell'emergenza sanitaria. Sogni? Tanti. Due, però, su tutti: terminare il mio percorso universitario nella facoltà di Giurisprudenza e fare in modo che questa mia attività, nel tempo, possa trasformarsi in un lavoro vero e proprio. Il calcio virtuale è già futuro. Ma sino a ieri, quando questa pratica era pressoché sconosciuta ai non addetti ai lavori, cosa pensavano le persone del calcio virtuale? Inizialmente tanti non capivano e anzi associavano questa mia attività al classico strereotipo che l'utilizzo dell'informatica si porta appresso ovvero che il mondo virtuale sia un vettore di isolamento sociale. Pregiudizio ora sovvertito. Giusto? Assolutamente sì, ma è normale che ci sia voluto del tempo: il “nuovo” per essere ben compreso richiede tempo e visibilità, elemento, quest’ultimo, che ho avuto la fortuna di avere. Posso confermare che l’esperienza che ho vissuto in prima persona nel percorso della nazionale di calcio virtuale sino alla vittoria finale dell’Europeo dimostra che questa disciplina, proprio in contrasto ai pregiudizi, ha un potenziale enorme di aggregazione sociale.  Fra i suo tanti sostenitori chi sono stati quelli che gli sono stati più vicino? I miei genitori e la mia ragazza. Mio padre, in particolare, è si è convertito in uno dei miei tifosi più passionali dopo che, all’inizio, non capiva sino in fondo questo mondo: ma è inevitabile che fosse così visto che è nato negli anni ‘40. La mia ragazza, invece, ha il merito di essermi stata accanto supportandomi ad allenarmi nonostante questo, inevitabilmente, togliesse tempo al nostro stare stare insieme: una parte di questo successo, perciò, è anche il suo.

© Riproduzione riservata