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Antonio Loru[/caption]
Faccio l’insegnante.
Qualcuno con pieno diritto potrebbe dire: e basta, lo sappiamo, perdindirindina, l’hai detto, scritto tante volte, in queste pagine. Ci hai seccato.
Poi, riprendo il controllo, razionalizzo, cartesianamente mi dico: tranquillo!
Chi vuoi che ti legga? Nessuno.
E Allora? Allora posso riprendere il filo ingarbugliato, come sempre, dei miei discorsi, che partono per la tangente, come felicemente ebbe a dire, con immeritato affetto nei miei confronti, una di quei tanti sfortunati giovani, maschi, femmine o cantanti, che il caso, il destino bieco e cattivo, ha assegnato, in un momento fortemente drammatico, nel senso originario della parola, della loro vita, alle mie cure, così come avrebbe, per questo gioco di bussolotti che è il destino, o quello che soliamo chiamare destino, potuto essere più benevolo con loro e averli assegnati, perché se ne prendesse cura, a un maestro insegnante di maggior valore.
La vita per la maggior parte è fatta di cose che capitano, non sappiamo e non sapremo com’è che, tanto meno perché.
Cura, tenetela presente questa parola, nel nostro mondo, quello della formazione è fondamentale.
Freud sosteneva convinto che al mondo, i due mestieri sicuramente più difficili e impegnativi, sono quelli di genitore e insegnante. Guarda guarda, proprio quelli che per statuto sociale, hanno l’incarico, e il dovere morale, di prendersi cura di coloro, che per legge, per sviluppo psico-fisico ed esperienza del mondo, non possono, ragionevolmente, cavarsela da soli. L’ho detto e lo ripeto, a dispetto di chi e basta, e lo sappiamo, acciderbolina, e, faccio l’insegnante, un mestiere, nel migliore dei casi un’arte, ma quelli sono pochi, mai però, nella maniera più assoluta un lavoro, che è cosa da schiavi: l’Italia è una Reppublica fondata sul lavoro?
La più bella Costituzione del mondo fondata su un principio d’irresponsabilità operativa! L’Italia è una Repubblica, fondata sull’opera consapevole e cosciente, e libera dalle imposizioni del bisogno, di tutti i suoi cittadini attivi, nati o no in Italia, che consapevolmente, co- e -scientemente operano per il bene generale di quella piccola parte di mondo-terra che chiamiamo Italia, e per il progresso, quello vero, non lo sviluppo, di tutto il resto del mondo, e ovviamente dei suoi abitanti.
Faccio l’insegnante e non posso sottrarmi, e non devo, al rito annuale dell’Esame di Stato.
Un gioco delle parti, oramai al limite della pantomima, tra il disinteresse delle parti, insegnanti, studenti famiglie, e il fastidio di un rituale stanco, che non aggiunge né toglie nulla a una preparazione palesemente insufficiente, per la maggior parte dei diplomati, per poter consapevolmente, criticamente, affrontare tutti i problemi, politici, di società complesse come le nostre attuali, dominate dal più sfrenato liberismo capitalistico, profondamente antiumanistico, che riduce l’uomo alla sola dimensione consumistica: compro, qualsiasi porcheria, ninnolo o gadget, dunque sono. Lo dicono gli studi d’importanti istituti di ricerca, lo dicono gli stessi politici, che però non hanno fatto negli ultimi trent’anni niente per poter riparare al disastro di politiche che palesemente sono andate e sempre più vanno in direzione ostinatamente contraria alla soluzione di problemi che sono sotto gli occhi di tutti quelli che hanno conservato un minimo di senno del qui e ora, dell’adesso, della situazione attuale, che proiettata in un prossimo futuro non può ragionevolmente promettere niente di buono: didattica inadeguata, aggravata in questi ultimi due anni dalla disgrazia della DAD, un obbrobrio pseudo modernista, alla Superciuk, il personaggio dei fumetti dei grandissimi Magnus e Bunker, che ha rubato quel poco di diritto allo studio agli ultimi, i poveri in tutti i sensi, e forse regalato ai ricchi, i figli delle famiglie per bene, mediamente colte, dotate di ambienti confortevoli e privati per tutti i suoi membri, la possibilità di evitare il fastidio, e la pericolosità di questi tempi, di recarsi a scuola utilizzando i poveri, inadeguati mezzi di quell’altro carrozzone sgangherato che sono i trasporti pubblici, specie nelle regioni del Sud Italia.
Lo scopo, il fine dell’insegnamento non è la trasmissione delle conoscenze disciplinari, che non può essere altrimenti che pedissequa, inutile, se non addirittura dannosa trasmissione che illude di una sapienza assolutamente assente, quella è il mezzo, un ottimo mezzo, quando hai la fortuna di trovare maestri appassionati, colti, sensibili o almeno con tanta erudizione, sorella minore della cultura, quanto ne serve allo scopo; chi non ha capito questo o non sa tradurlo in azione pedagogica dovrebbe dedicarsi a qualcos’altro e lasciar stare l’insegnamento.
L’insegnamento serve a far capire al discente la sua dividualità, il suo essere un noi complesso dove coabitano sconosciute pulsioni, emozioni, passioni, stati d’animo. Il buon insegnante, il buon maestro deve con la sua opera, che in quanto rivolta ad altri, ai minori, è azione pedagogica, guidare il discente nel suo continuo cambiamento, perché tutto cambia, il mondo dei minerali e dei cristalli e il mondo animale, dove a differenza del primo mondo, animali e uomini possono però registrare e pensare quei cambiamenti in quel bloc-notes del corpo che per comodità per secoli e millenni abbiamo chiamato anima, memoria, mente, Io, ma alla base dell’anima, della memoria, della mente, dell’Io, c’è sempre e solo corpo, che sente, che desidera, che aspetta e immagina, e qualche rara volta, forse, sa. Insomma l’insegnamento è l’arte, il mestiere di presentare i giovani a loro stessi. Chi non parte da questa premessa, da questo impegno morale ed etico non dovrebbe fare, e in ogni caso non farà mai questo mestiere con gioia. Capisco però che in questo mondo, tutti, chi più, chi meno, teniamo famiglia. Scusate, dimenticavo: che cosa chiamavano di maturità? L’esame conclusivo del corso di studi di scuola media superiore, quello che oggi, giustamente, si chiama esame di Stato. La maturità dei nostri giovani è un’altra cosa e non è più di moda, soprattutto è un disturbo per il sistema produttivo dell’attuale l’imperante consumismo compulsivo al cui altare sempre più stiamo sacrificando il futuro dei nostri figli, senza che la scuola riesca a fare un minimo di opposizione. A volte, più o meno inconsapevolmente collabora, con graziosi doni alle imprese come l’alternanza scuola-lavoro. Lavoro non retribuito. Ovviamente. La maturità nessuno se la mette in tasca con un diploma. Neanche con una laurea. La maturità è la capacità di discernere il buono dal cattivo, il bello dal brutto, il giusto dall’ingiusto, il bene dal male, e tutti gli innumerevoli gradi che li congiungono, perché gli estremi politici, etici, estetici, scientifici, sono impastati nello stesso materiale grezzo, insegnare a separarli, per quanto possibile, criticamente è il compito politico della scuola e dell’insegnamento, portare i ragazzi alla maturità. Ho parecchi dubbi che la scuola e l’insegnamento stiano oggi assolvendo questo compito. Forse è anche per questo che oggi l’esame finale nelle scuole superiori non si chiama più di maturità ma di Stato.
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